Quel geniaccio di padre Athanasius

Visionario, geniale, eclettico, bulimico di sapere, uomo dalla mente combinatoria appassionato di verità. Di lui hanno detto di tutto, compresa proprio la definizione di “ultimo uomo che sapeva tutto”. Parliamo di Athanasius Kircher, gesuita, scienziato, poliglotta, vulcanologo ma anche egittologo, precursore del cinematografo ma anche filologo, matematico ma anche alchimista, cattolico fervente e appassionato della cabala, insomma una figura che racchiude in sé tutto l’universo concettuale e fantasmagorico del barocco seicentesco, un’età in cui le antiche credenze e l’antica forma mentis dell’uomo medievale e rinascimentale perennemente a caccia del mistero ultimo comune a tutte le cose si andava infrangendo sugli scogli aguzzi della nascente scienza sperimentale. Da un lato l’idea che i simboli con cui l’uomo interagisce sono rivelazioni di un’armonia segreta dell’Universo, la musica delle sfere, i temi cari ai pitagorici e ai neoplatonici, dall’altra quella forma enciclopedica che da allora in poi si limiterà ad amministrare il sapere, un’idea della scienza che faccia da compendio alla prassi tecnica e poi tecnologica.

Ieri a Roma sono stati presentati alcuni codici kircheriani sapientemente restaurati grazie all’opera degli esperti dell’Archivio storico della Pontificia Università Gregoriana con la responsabile Irene Pedretti, l’arte sapiente di Simona Cicala e grazie al sostegno della fondazione Sorgente Group.

A parte l’emozione di trovarsi al cospetto di un prodigio di manualità in quest’epoca ubriaca di digitale e virtualità, l’idea di recuperare gli scritti di Kircher sottolinea la necessità di tornare a cercare, nel marasma di saperi sempre più frammentati e relativi, la guida di menti che cercavano – forse illudendosi ma il tentativo è già una vittoria – un senso che guidasse il pellegrinaggio della mente umana verso una conoscenza globale, insomma non un centro di gravità permanente ma un filo rosso che come nel retro di un arazzo collegasse gli elementi del reale in una rete di mutue relazioni.

E Kircher lo cercò questo nesso dovunque, spesso guadagnandosi le critiche di altri studiosi contemporanei e di eruditi a lui avversi. Ma anche se oggi sappiamo che ad esempio la sua decifrazione dei geroglifici egiziani, cui dedicò una delle opere riportate allo splendore originale da questo restauro, era naif e inaffidabile ci intriga il suo desiderio che quei segni rimandassero a elementi precisi dell’esperienza umana,  a un’idea della lingua come rispecchiamento del mondo e che fossero variopinte metafore in cui si riflettono le asserzioni basilari della mente umana e non la struttura arbitraria di una lingua.

Come possiamo restare insensibili a queste seduzioni, noi che continuiamo a cercare un di più nascosto nella trama del mondo, segno vitale di qualcosa che ci trascende? Ma torneremo a parlare di Athanasius…

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