Andrea Galgano legge Luigi Cappello

Tra le varie figure di poeti e scrittori che Andrea Galgano ha convocato in questa luminosa raccolta di saggi “Lo splendore inquieto” abbiamo scelto un passo dedicato alla poesia del grande Luigi Cappello, da qualche tempo scomparso ma la cui voce si è segnalata come una delle più intense e originali della nostra letteratura. Ecco qui di seguito un estratto

Sono persuaso che chi scrive sia, in qualche modo, il collazionatore di sé stesso, un uomo pronto a varcare i continenti di memoria che lo compongono, a tacere per mesi, per riportare al sole delle parole rare come cimeli perché sono sue, finchè qualche altro essere umano non le farà proprie per seppellirle di nuovo e ricominciare a cercare […].[1]

«Le sue parole», come scrive nella accorata prefazione Francesca Archibugi, «non sono dirette solo a chi sta leggendo; la voce tenta di stringere una relazione spietata con il proprio io, l’io narrante. Dai suoi versi ci affacciamo per vedere un mondo popolato che emerge dalle gole delle montagne friulane in un commovente e goffo cammino verso il futuro[2]».

Spesso, la vastità del cammino introduce lo spettacolo umano dove «né zenit né nadir / in nessun luogo mai» e dove le radici veleggiano nell’aria:

Piove, e se piovesse per sempre / sarebbe questa tua carezza lunga / che si ferma sul petto, le tempie; / eccoci, luccicante sorella, / nel cerchio del tempo buono, nell’ora / indovinata / stiamo noi, / due sguardi versati in un corpo, / uno stare senza dimora / che ci fa intangibili, sottili come un / sentiero / di matita / da me a te né dopo né dove, amore, / nello scorrere / quando mi dici guardami bene, guarda: / l’albero è capovolto, la radice è nell’aria. (Piove).

Impastato ai luoghi, all’origine, alla memoria d’aria, di cieli, di nevi, di svanimento ed epifania di monti, incide il suo vertice resistendo, sporgendo i suoi strumenti umani alla decifrazione del mondo, al segreto e appetito del suo essere, all’affresco e al “disastro” di relazione, come scrive Davide Rondoni:

La voce di Cappello può condurre tanti nello spettacolo di un uomo che sta conoscendo con verità e passione la sua unica e speciale posizione nel mondo. Il posizionamento dell’io, del mistero di se stessi, nel teatro meraviglioso e crudo del reale – dove ognuno insieme al poeta entra con le proprie ferite e storture, con i propri padri, stupori, ricordi, rabbie, abissi.[3]

Il percorso dell’indicibile, verso «l’evidenza delle cose ovvie quando all’improvviso si aprono e ti aggrediscono e afferrano il tuo sguardo, lo riportano alla prima nudità»,coincide con gli occhi, immersi nel disastro e nel miracolo annodato e incommensurabile, con la nuda fattezza di cieli e di volti, verso i quali «ho soltanto i miei occhi nei vostri e l’allegria dei vinti e una tristezza grande»: «[…] Esistono baie, conforti, fiordi di sonno nascosti / mappe che sono segnate soltanto / nel calore che c’è dietro due occhi / e rade dove saldi si alzano i desideri / finché non scivolerà via dai sogni / l’impronta di quei sogni, / le notti calde e gli alisei».

Il passaggio delle ere e la consistenza delle cose annunciano la sosta di nuovi passaggi, l’eco di un infanzia viandante e selvaggia, solcata dalle ferite, incendiata da un amore pugile per la parola e dal suo ritmo inflessibile: «Quando sto con il mio silenzio nel tuo il mio silenzio splende di giovinezza e un mondo – che era nascosto – riappare»:

Dal mio giardino si vedono così e non si possono / spiegare / l’accordo dell’azzurro rarefatto e quello del verde / che sale e si fa spazio in certe mattine di maggio / quando il calore viene sulle braccia scoperte / e tocca il tendine d’azzurro e il tendine di verde / che credevamo spenti, nella nostra testa di oggi, / tanti anni fa. In mattine così, la terra si piega / e si anima in cose inanimate come i sassi / nel brulichìo nascosto dalle foglie, nel nostro / essere muti e felici di non avere un nome. / Forse daremo un nome a questa luce sugli occhi, / alla rondine scolpita dall’aria mentre passa, / all’ombra durata un battito sulle nostre mani; / forse saremo infanzia e chiuderemo il pericolo / nel nome del pericolo e allontaneremo le nostre spalle / dalla città abbagliata e splenderanno amate dal caso / e dal vento le nostre impronte quando qualcuno / chiuderà / il cancello dietro a noi, e ci guarderà partire. (Nel mese di maggio)

Ogni groviglio dell’esistenza si appropria di una gioia elementare, come l’azzurro che scandaglia il confine del tempo e dello spazio e trova la libertà, la postura del sentimento, la fragilità infinita della forza della morte e della vita: «Noi cantiamo perché teniamo duro / il nostro morire è per il nascere dei figli / quando cantiamo alziamo lontano / dal buio del bosco al cielo d’aprile / il fuoco del nostro sangue, per il domani».

[1] Cfr. Cappello P., Il dio del mare. Prose e Interventi (1998-2006), BUR Rizzoli, Milano 2008.

[2] Archibugi F., Poeta sul crocevia, in cappello p., Azzurro elementare. Poesie (1992-2010), cit., p.7.

[3] Rondoni D., Con Cappello in viaggio nella visione, in “Avvenire”, 19 ottobre 2013.

 

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