Come inizia “La Cuccia del filosofo”

ultima vignetta schulzQuando il 13 febbraio del 2000 su 2500 quotidiani di 37 paesi del mondo comparve in contemporanea  l’ultima vignetta di Charles Schulz, l’impressione non fu semplicemente quella del commiato di un grande artista, uno dei più imprevisti quanto profondi interpreti del secolo che si era appena concluso. Fu la parola fine, il sipario definitivo su tutto un mondo di immaginazione. Perché era successo qualcosa di inaudito per delle creature di fantasia: Snoopy, Charlie Brown e compagnia avevano appena  condiviso un destino assolutamente umano, per quanto  a loro sconosciuto. Senza invecchiare, senza crescere neanche di un minuto erano improvvisamente trapassati assieme alla mente di chi aveva dato loro il dono di una vita di carta, una vita fittizia che pure a milioni di lettori per cinquant’anni era parsa assolutamente reale e condivisibile, e soprattutto replicabile all’infinito. Perché una striscia è come da sempre. Effettivamente immutabile. Ci si torna in qualsiasi momento della vita, da bambini, da giovani, da adulti nostalgici di emozioni ritenute perdute. Ma lei è lì’ e non cambia, come una tela di Van Gogh, una di quelle che Snoopy, lo vedremo, ha il privilegio di conservare nella sua cuccia.

Walt Disney è morto, ma noi continuiamo a leggere nuove indagini e nuove avventure di Topolino; Zio Paperone non smette di vessare il malcapitato nipote e la fortuna bacia ogni volta in maniera nuova sebbene  inevitabile il dandy  Gastone. Al cipiglio di tex Willer si sono dedicate decine di fumettisti italiani e anche Asterix il Gallico è sopravvissuto alla dipartita del grande Goscinny.

Per i personaggi di Schulz questo destino di sopravvivenza non c’è stato. Lui, il loro creatore era stato categorico. Snoopy e compagnia verranno con me nell’ultimo viaggio verso il mistero dell’Aldilà,  perché quel mondo lì era parte di lui, i Peanuts erano tutti uno spicchio del suo carattere, delle sue idee, della sua vita.

Un mondo che aveva visto la luce nel 1950 quando Schulz era (quasi) un illustre sconosciuto e i suoi disegni comparivano su alcuni quotidiani locali. Era La prima serie, si chiamava L’i folks, per lui un banco di prova, un primo spazio immaginario in cui collocare i suoi bambini dall’enorme capoccione.  Per di più la sua mano, il suo talento di disegnatore, il gusto spiazzante dei suoi testi gli avevano già guadagnato un posto da insegnate nella Art Institute di St.Paul, Minnesota. Era già una bella affermazione per un uomo perennemente inquieto e incerto, diviso tra una forte autostima e una convinzione altrettanto radicata che l’insuccesso fosse sempre in agguato e che comunque il mondo esterno fosse poco ricettivo se non apertamente ostile alla sua personalità. In una delle tante interviste rilasciate in seguito ricordò con estremo candore quella che era la sua disposizione d’animo agli esordi. “non sapevo se ci sarei riuscito, ma non importava. Volevo diventare un fumettista. Punto”

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