Il concerto secondo Angelo Branduardi

Branduardi2Rileggendo alcune recensioni e osservazioni sull’attuale tournee che sta portando per l’ennesima volta la carovana di Angelo Branduardi nei teatri di Svizzera e Austria  mi è tornata in mente l’assoluta particolarità dei concerti dell’artista lombardo e cioè la sua capacità di reinventare filologicamente ma sorprendentemente la musica sul palco. E non si tratta di suggestioni vaghe e soggettive, legate a concetti inesistenti come feeling, atmosfera e altre menate care a chi scrive di musica senza conoscerne nulla. Si tratta di fatti, di dati musicalmente oggettivi e cioè l’esecuzione alterantiva di brani mai stravolti ma sempre rinnovati da svariati espedienti di scrittura e di timbrica strumentale, dando così la possibilità al pubblico di scoprire possibilità nuove, risonanze inaspettate, soluzioni inattese. Ecco come spiegavo tutto questo in un capitolo del mio libro La Musica è altrove

“Se il primo re è bello è bello tutto il concerto”. Col re maggiore, tonalità limpida e squillante sulla chitarra, Branduardi inizia i suoi spettacoli nel periodo di maggior successo, dal 1977 al 1983, da La Pulce d’acqua fino a Cercando l’Oro.

E’ un’introduzione, ampia, che prende forma poco a poco. La ascolti e ti perdi in una specie di nebulosa sonora: anzitutto i bassi, con dei lunghi armonici che definiscono lo spazio: sono un po’ le mura portanti della casa dove stai entrando; quindi le tastiere, sul registro dei violini secondo uno stile molto simile a quello del rock progressivo; dopo alcuni minuti ecco il duo di chitarre sulle quali si innesta il tema di Fratello Sole e Sorella Luna, suonato da Branduardi al flauto dolce. E’ la lunga premessa al primo brano: “L’uomo e la nuvola”.

Non c’è neanche bisogno di sforzarsi troppo per esser presi: l’idea che quei musicisti hanno è di accompagnare l’ascoltatore, di introdurlo progressivamente in un mondo fatto di suoni e timbriche particolari: il musicista anzitutto crea le premesse al proprio discorso poetico, a ciò che vuole comunicare: un primo panneggio del suo mondo, un invito alla festa. “E allora è stata una festa davvero” dirà infatti puntualmente Angelo dopo quasi tre ore di musica, prima dei bis.

A differenza di quanto si verifica negli spettacoli dei cantautori suoi contemporanei, la musica di Angelo Branduardi “riaccade” davanti all’ascoltatore, si manifesta nuova nel momento del concerto che diventa una specie di liturgia dell’immaginazione: quello che si ascolta è sempre molto diverso da quanto ci si aspetta. Per cui variazioni, adattamenti, scambi di parti, introduzioni nuove, linee di accompagnamento: tutto può mutare a sorpresa, tenendo l’ascoltatore in costante veglia: non c’è la conferma di quanto registrato in studio, ma i musicisti si divertono a dissimulare, a variare il materiale che hanno a disposizione. “Sono come un bambino che ruba la marmellata e ama sporcarcisi le dita”.

E il risultato è la centralità assoluta dell’evento musicale, al di là di effetti da palco che pure non mancano, al di là di singoli momenti di virtuosismo che pure si verificano, al di là dell’empatia col pubblico che è comunque palpabilissima. Prima viene la musica, il farsi “qui e ora” di un linguaggio che non ha bisogno di nulla al di fuori di sé per essere comunicato, ma che continuamente allude ad altro con la sola forza del suo discorso. Per questo nei concerti di quegli anni a differenza di oggi Branduardi parla pochissimo. Giusto una battuta dopo le prime canzoni e una conclusiva. Il resto è un laboratorio aperto di idee musicali che si susseguono. In continua trasformazione.

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