Coleridge, il “personal trainer”della nostra immaginazione

samuel-taylor-coleridge-portraitLa cosa non era facile da verificarsi, ma se passavi per di là poteva anche capitare di vedere due poeti che armeggiano davanti a un pozzo, si passano i secchi e poi, pian pianino si incamminano verso un cottage per un sentiero anche piuttosto accidentato tra saliscendi impegnativi ma allietati da una splendida vista su acque fascinose.

Sì, poteva esserci anche questa esperienza nella vita di Samuel Taylor Coleridge e William Wordsworth, coautori delle famosissime Lyrical Ballads, giustamente considerate come uno dei manifesti del romanticismo inglese ed europeo.

I due artisti abitavano vicini, nel famoso Lake District, un angolo dell’Inghilterra centrosettentrionale, una specie di cantuccio geografico così difforme dalla morfologia dell’isola. Un dedalo di liquide meraviglie, incanto di laghi appunto ma anche di sorgenti intervallate da piccoli fiordi, collinette aspre e spesso avvolte nella nebbia, ma anche un luogo impervio per abitarci. E al netto di romantici e inevitabili sdilinquimenti, bisognava mettere assieme il pranzo con la cena, usare l’acqua di quel pozzo lontano di cui sopra più volte, lavarsi non sempre, riscaldare le stanze delle dimore spesso affollate da augusti ospiti. Per di li passò nientemeno che sir Walter Scott, l’autore di Ivanoe, ma anche John Ruskin era di casa da quelle parti.

A differenza dell’amico Wordsworth, Coleridge non era un appassionato camminatore, preferiva lasciar andare la sua fantasia a visitare paesi e contrade spesso immaginarie. E però tornando al nostro altrettanto immaginario incipit, era possibile vederli insieme in più occasioni visto che insieme hanno realizzato quel capolavoro, spartito proprio secondo le inclinazioni poetiche e immaginifiche di ciascuno.

A Wordsworth il compito di sublimare il quotidiano, di far ascoltare la musica della natura e intarsiarla di senso e di profondità, a Coleridge quello di trasportare il soprannaturale nel quotidiano, realizzando o rielaborando immagini archetipiche dal calderone dei miti, incanalando stupori e tremori in un verso che facesse comunque rimanere il lettore “in compagnia della carne e del sangue”.

Ecco, questo, assieme alla famosa e abusatissima definizione della “sospensione dell’incredulità” per attingere la fede poetica, è il lascito che Coleridge lascia a noi posteri. L’idea che l’immaginazione, conducendoci verso un altrove, non abbandona questo mondo, i nostri sensi, la nostra vita, ma ci “allena” a vedere meglio nel nostro stesso quotidiano all’apparenza prosaico o comunque poco suggestivo.

La visione non è fuga, ma stimolo a mantenere quell’atteggiamento di meraviglia nelle più diverse circostanze quotidiane, non per incantare forzosamente un mondo asettico, ma perché in quel mondo l’immaginazione abita, solo bisogna esercitarsi, allenarsi appunto a trovarla.

Nella Ballata del vecchio marinaio troviamo navi e uccelli in compagnia di serpenti e mostri marini, ghiacciai ed acque infuocate, creature indefinibili, morti che riprendono a vivere, in una commistione di esperienze tangibili e suggestioni soprannaturali che mettono a dura prova la nostra coscienza di lettori, ma che a ogni strofa lasciano nel cervello un concretissimo sedimento di meraviglia, un’insospettabile fonte di energia che comunica forza alle nostre fibre. Così alla domanda “ma come è possibile?” si sostituisce non un’accettazione acritica dell’impossibile, ma un deliziarci della potenza della mente di un uomo che pare dirci “anche tu puoi avere questa forza, anche tu puoi partecipare a infondere senso nel mondo, proprio allenandoti a far spaziare la tua mente nei territori dell’immaginario per poi tornare alla tua vita”.

E così noi siamo come quell’invitato al banchetto che viene praticamente travolto dall’eloquenza e dallo sguardo di fuoco del vecchio marinaio che di fatto lo costringe ad ascoltare la sua incredibile storia. Ma anche noi come quell’invitato, che mai avrebbe pensato passando per di là di ricevere questa sorta di “fantastica iniziazione” ci risvegliamo dopo la sbornia dell’immaginazione forse” più tristi ma sicuramente più saggi”.

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