Bacio e pepe (seconda parte)

pasta cacio e pepedi Paolo Marcacci

Non fu facile trovare del vero pecorino romano, stagionato e granuloso come diceva lui, lì attorno a casa sua. Come pasta, prese dei tonnarelli all’uovo, freschi. Pepe bianco e pepe nero li aveva già; il limone, per la buccia, anche. Un po’ d’affettato e di formaggio, con taralli e grissini di vario tipo, per l’antipasto. Niente secondo. Lei non sembrava tipo da quattro portate. Come dolce, una crostata alla ricotta: quella piaceva a lui.

– Ammazza che puntualità! Sei proprio milanese…Ciao! Hai trovato subito la via? –

Nadia s’era presentata alle otto di sera in punto; come tenne a precisare lei, più per caso che per altro.

Soltanto un gesto galante per invitarla a entrare, col braccio; non un bacio sulla guancia, troppo confidenziale, nemmeno una stretta di mano, troppo formale. Si scambiarono un sorriso, ognuno dei due pensando che quello dell’altro fosse troppo tirato, teso.

Appena aperta la porta, gli era sembrata diversa, da come la vedeva in ufficio: nulla di eccentrico, semplicemente tutto al posto giusto. Tutto, dai jeans attillati che fasciavano le gambe lunghe e i fianchi graziosamente larghi, alla camicetta bianca col collo ampio, passando per la sciarpa di seta e la giacca di pelle nera, corta. Un trucco leggermente più deciso, per far risaltare gli occhi, neri come il caschetto di capelli.

– Hai deciso…Ehm…Di fare colpo su qualcuno? –

– Devo essere all’altezza di ‘sta…Cacio e pepe, no? –

Che fare? Si era a un bivio, l’imbarazzo per tutti e due era superiore all’istinto di fare battute sbarazzine, scanzonate. Sergio adocchiò le due bottiglie di vino che Nadia aveva portato, solo il collo spuntava dal contenitore rigido, di cartone.

– Che…Che vino hai portato? –

– Gerwütztraminer…Conosci? A me piace tanto…Penso vada bene per il menù…Che dici? –

– Dico che una ce la beviamo con l’antipastino, a temperatura ambiente, l’altra la mettiamo in frigo per la cacio e pepe…-

– Me vòi fà ubriaca’? Com’è che dite a Roma? –

– Casomai ‘mbriaca’… E certo, è tutto caRcolato cara…-

Sempre enfatizzando quel romanesco da film che a Nadia sembrava così esotico…

– Mi sa che lo reggo più di tè…Sicuro guarda… –

Da quando a Sergio piaceva la e così aperta dei milanesi? Si stava forse capovolgendo il mondo?
Si misero a tavola, dopo un primo bicchiere di quel vino così fruttato e due tarallini.

Mentre spalmava mostardine di frutta, dolci e piccanti al tempo stesso, su spicchi di formaggi stagionati, Nadia era tesa, nonostante i sorrisi e le battute: temeva di stare facendo la figura della cretina. Mentre arrotolava fette di salame attorno a esili grissini, Sergio era addirittura preoccupato: se avesse sbagliato a fare la cremina della cacio e pepe, si sarebbero formati tutti grumi e filamenti e avrebbe fatto una figuraccia…Nadia lo avrebbe raccontato alle colleghe, per colpa sua tutti avrebbero riso delle ricette romane…

Il momento solenne, comunque, era giunto. Con gesto teatrale fece avvicinare Nadia al banco della cucina, dove in un pentolino di metallo già riposava il pecorino grattugiato, mescolato al pepe nero e a quello bianco. Mise a bollire l’acqua, quindi tirò fuori dal frigo la seconda bottiglia di Wurtztraminer, non perché la prima l’avessero finita, ma perché ora potevano berlo fresco.

– Freddo rischia di darmi alla testa…-

C’era una microscopica allusione nelle parole di Nadia? Non ci fece caso, era troppo concentrato su come far venire bene la cremina. Lei gli stava accanto, col bicchiere in mano, quasi senza bere. Era molto, troppo attenta alle piccole, semplici operazioni che Sergio stava compiendo, con la solennità di un alchimista alle prese con i suoi alambicchi.

La verità era che entrambi stavano sperimentando qualcosa su cui non avevano mai riflettuto e che ora faceva loro un effetto piacevolissimo e imbarazzante: poche altre situazioni, tra un uomo e una donna, sono così intime come il ritrovarsi in cucina, tra ingredienti da trasformare, scaldare, liquefare, amalgamare. Come due bocche che si fondono nel mezzo di un bacio venuto bene, quando a nessuno dei due verrebbe in mente di staccarsi. Forse non esistono cibi più afrodisiaci di altri: forse è afrodisiaco il cibo stesso e quando lasciamo che qualcuno, che non conosciamo poi così bene, cucini per noi, è perché ha cominciato a piacerci molto prima che ne rendiamo conto.

Mentre l’acqua si riscaldava, Nadia urtò con i fianchi, in leggero e armonioso rilievo, la vita di Sergio. Più di una volta, come in un’impacciata danza involontaria. Si sentì imbranata nella misura in cui lui trovò piacevoli quei piccoli urti.

Giunta l’acqua al punto di bollitura, vi gettò quasi tre etti di tonnarelli, spiegando a Nadia che il bis sarebbe stato obbligatorio, tanto più che la cena non prevedeva il secondo, ma soltanto il dolce. Senza ancora sapere quale, nonostante la crostata di ricotta.

Dopo tre minuti scarsi, il rito entrò nel vivo: prese un mezzo mestolo di acqua di cottura e la unì al pecorino, iniziando ad amalgamare con un cucchiaio di legno; da polvere il formaggio diventava crema, leggermente granulosa; un altro po’ di acqua, mescolando più energicamente. Un filo di olio d’oliva, per rendere il tutto più liscio e levigato. Il vapore diffondeva, assieme ma ben distinti, l’odore del formaggio stagionato e il profumo di Nadia. Entrambi mettevano appetito.

Tirò su i tonnarelli, scolandoli con attenzione. Prima di tuffarli nel cacio e nel pepe, guardò Nadia con solennità.

– È una scienza esatta… –

Le disse proprio così, con l’intento di essere ironico. Senza sapere che a Nadia, in quel momento, sarebbe piaciuto prendersi le sue pupille per non restituirgliele mai più.

I tonnarelli, mantecati con cura, reagirono benissimo all’incontro con la miscela di formaggio, pepe, acqua e olio: niente grumi, tutto liscio. Sergio chiese a Nadia di aggiungere quei cinque, sei grammi di buccia di limone che aveva sminuzzato a parte, dopo averla privata della patina bianca.

– Così se vengono male è colpa tua… –

Di nuovo l’intento di essere ironico, di nuovo il tentativo di furto di pupille.

Porzioni abbondanti, mugolii di approvazione, il sale e il pepe chiamavano vino, ancora freddo. Nadia si sorprese a pensare che un uomo che cucina con tanta attenzione per una donna, sarebbe certamente in grado di prendersi cura di lei. Non ne aveva incontrati molti, negli ultimi tempi. Forse non ne aveva incontrati mai, a dire il vero. Il tutto mentre portava alla bocca una forchettata incredibilmente voluminosa di tonnarelli. L’esatto contrario di come era abituata a mangiare. Del resto, quella sera nulla stava andando secondo le previsioni. Non ricordava neanche quali fossero, le previsioni, a dire il vero. Forse non ne aveva fatte o, più probabilmente, il vino che lei aveva portato scendeva con troppa disinvoltura.

Sergio, dal canto suo, cominciava a sentirsi davvero soddisfatto, se non addirittura contento: la pasta gli era venuta benissimo, Nadia sembrava non essersi pentita di essere venuta a cena da lui. Certo, in ufficio non l’aveva mai vista così. Così come? A quel punto della serata, non ricordava del tutto come la vedesse prima e la spiegazione era quasi certamente la stessa della perdita di memoria di Nadia, con almeno un bicchiere di ragioni in più.

Come sempre gli capitava quando era in leggero imbarazzo, Sergio iniziò a mescolare al suo italiano qualche parola in romanesco, rendendosene conto ma non riuscendo a dominare del tutto la cosa.

– Certo, meno male che noi siamo soltanto colleghi eh… –

– Cioè? In che sénso? –

– No, cioè…Questa non è certo la ricetta per un primo appuntamento…Co’ tutto ‘sto pepe…Pensa se adesso ci dovevamo bacia’…-

– A me piace il pepe, Sergio…-

La crostata di ricotta era rimasta in frigo. Sergio avrebbe dovuto tirarla fuori almeno mezz’ora prima, come aveva detto la pasticcera. A quel punto c’era ragione di credere che ne avrebbe comunque avuto il tempo: Nadia probabilmente si sarebbe trattenuta più del previsto.

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