Bacio e pepe (prima parte)

home6di Paolo Marcacci

Milano in cartolina non viene mai bene, questo l’aveva sempre pensato. Tanto è vero che le zone che gli piaceva frequentare, nelle mattine in cui era libero dal lavoro, erano quelle intorno ai navigli, dove la città sembrava quasi un’altra; trovava interessanti anche certi scorci urbani alle spalle della stazione: una volta, quasi per gioco, si fece spiegare il percorso per arrivare in via Cristoforo Gluck, se non altro per capire come si fosse ispirato Celentano. Di sicuro non c’era più l’erba, non quella dei prati almeno, da quelle parti. Neppure le “case di ringhiera”, dove era nato il cantante, riuscì a capire cosa fossero, se esistessero ancora.

Un pensiero, nel sottofondo dei suoi ragionamenti, lo accompagnava sempre: un pensiero suggerito dalla battuta di un comico e cioè che la cosa più bella di Milano era certamente il treno per Roma. Lo pensava con sollievo in ognuno dei venerdì che sceglieva per tornare a casa; con l’animo greve la domenica sera seguente, quando gli toccava salire sul vagone per compiere il percorso inverso.

La verità, banale come una cena con la cotolètta, accentata come piaceva al nemico, era che Sergio non s’era ambientato neppure un po’, nonostante fosse trascorso più di un anno. Quel contratto così vantaggioso, in quell’agenzia di pubblicità, lo scontava a colpi di noia, rapporti molto occasionali e rarissimamente sessuali, lavoro da portare a casa, raffiche di dvd, cene di rosticceria. Come se quell’appartamento in affitto in zona semicentrale, molto ben collegato alla sede dell’agenzia, non meritasse le sue più che dignitose esibizioni ai fornelli. O forse dipendeva soltanto dal fatto che cucinare soltanto per se stessi dopo un po’ non ha senso. E devi pure lavare i piatti.

Non poteva dire che in agenzia lo trattassero male, anzi. Tutti erano cortesi, gli chiedevano spesso come si stesse trovando, cosa potessero fare per lui. Glielo chiedevano sempre, ma non avevano mai tempo di aspettare la risposta. Mentre sorseggiavano il caffè del distributore automatico, guardavano già verso la scrivania dalla quale si erano alzati trenta secondi prima. E non lo facevano apposta, questo era l’aspetto che trovava più sconcertante.

Nadia era l’unica che riusciva a parlare d’altro, quando si incrociavano nelle pause o alla fine delle riunioni. Per dire, era la sola che sembrava dare qualche importanza al fatto che lui venisse da Roma. Incuriosita, almeno un po’. Sergio più d’una volta aveva avuto anche l’impressione che lei, quando gli rivolgeva domande su come si lavorava nelle agenzie della capitale, si divertisse a scimmiottare l’accento, con l’esito raccapricciante che si ottiene quando un settentrionale prova a imitare la cadenza dei romani.

Ogni volta una mezza parola in più, un parere fornito o richiesto, qualche battuta sul sole pallido o sulla nebbia che non se ne andava mai del tutto.

Era l’unica, Nadia, per la quale lui non fosse soltanto un elemento d’arredo dell’ufficio, una tastiera, un portamatite. Le piaceva? Figurati, se ne sarebbe accorto subito. Lei a lui piaceva? See…Una milanese, ci mancherebbe. Avevano solo sincronizzato i loro caffè, capitavano vicini alle riunioni, tutto qua.

Quel venerdì, Nadia era di buonumore, lo si capiva da come saltellava tra le scrivanie, nonostante i tacchi. Perché, non lo sapeva nemmeno lei. Forse è vero che certe cose, belle o brutte, si sentono prima che accadano. Quando vide Sergio, non poté trattenersi dal rivolgergli una battuta, sempre credendo di riuscire a riprodurre l’accento romano:

– Che mamma te prepara ‘a matrisciana domani a Roma? – ?

Perché le era venuto di fargli quella battuta? Se lo chiese un istante dopo averla pronunciata, quasi più imbarazzata di lui. Cosa le prendeva?

– Non torno a Roma domani…Poi, se è per questo, sono bravo a prepararmela da me…Pure ‘a carbonara…’A gricia…Che ne sai te, che sei de Milano…’O voi er caffè? –

Rispose d’istinto, mostrandole il vero dialetto romano, che però, con tentativo autoironico, aveva enfatizzato, in maniera quasi caricaturale, mentre sentiva le guance diventare più calde. Forse perché qualcuno dei colleghi aveva alzato gli occhi, divertito dal siparietto.

– Si, lo voglio “er” caffè, grazie…Sicché tè (con l’accento messo proprio lì) sai cucinare tutti questi piatti che avete voi giù, così grassi, pieni di calorie, con la pancètta…-

– La pancétta forse ce la mettete voi a Milano…Noi mettiamo il guanciale…-

– Va beh, capirai cosa cambia… –

Già più nessuno li stava ascoltando. Con voce più bassa, senza ragionare sulle conseguenze, Sergio d’istinto la volle sfidare.

– Vieni a cena da me, domani, poi giudicherai…Sei libera? –

Guance a fuoco, subito dopo. Doveva essere impazzito.

– Ah, cos’è, una sfida? Vengo a fare il giudice? –

– Vieni come vuoi… –

– Va beh dai, si può fare…Che vino ti porto? –

 

Nadia ostentava distacco e superiorità. Lui non doveva certo accorgersi del capogiro per la sorpresa e l’imbarazzo che quasi le aveva fatto perdere l’equilibrio.

– Se proprio devi, un bianco dai…Ti faccio la cacio e pepe… –

– Se gh’è? Tutte ‘ste cerimonie e poi mi fai trovare una ròba col formaggio grattugiato e il pepe? –

Tono divertito, fintamente polemico. Si stava odiando, come chi ha bevuto un bicchiere di troppo e se ne rende conto, senza però riuscire a controllarsi del tutto.

– Non sono importanti gli ingredienti, è importante saperli legare, prevedere quello che verrà fuori… –

Si complimentò con sé stesso, per quella risposta. (continua)

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