Lo squarcio nel tempo

pontedi Marco Maresca

Prima, da sempre.

Sidore si alzò al primo canto del gallo, dopo una notte insonne. Così fece anche Fidele, suo figlio primogenito, anche lui senza aver dormito. Sidore aveva fermato i pensieri al tramonto e poi era sgattaiolato in camera senza salutare nessuno. Fidele, invece, aveva alternato i ricordi alle immagini del giorno che, per lui, sarebbe stato il più lungo. O il più breve.

Sidore aveva smesso di essere Sidore, e quindi aveva smesso di pensare – di parlare aveva smesso da più di un mese, ormai – perché era giusto così. Nessuno avrebbe potuto fermare il ciclo della vita. Fidele si sentiva gravato da un dovere gigantesco, davanti al quale non erano ammesse reticenze. Suo era il compito, suo da generazioni, da stirpi.

Si incontrarono sull’uscio, gli occhi bassi per non riconoscersi. Il silenzio era completo, come se tutti stessero trattenendo il respiro. Non solo loro due, ma tutti gli altri, che naturalmente non avevano dormito quella notte.

Fuori era ancora buio. Non c’era la luna e non c’era il sole. Nessuno cui fare appello, nessuno cui chiedere clemenza. Quando si nasce si è soli, lo si è per tutta la vita e lo si è in punto di morte. Questione di giustizia.

Presero il sentiero che portava alla cima di San Giacomo, il figlio avanti e il padre dietro. Il passo di Sidore era pesante, di una lentezza vecchia e insopportabile. Ogni pietra era un muro che dava vertigini, ogni buca un maleficio da smentire. Poi le pause, eterne, gravi come gli anni portati sulle spalle.

Fidele aspettava con pazienza, senza mai voltarsi. Ascoltava i passi come un lupo ascolta l’avvicinarsi della preda. Ascoltava l’affanno rauco che si mescolava al vento antico dell’alba, riconoscendo ogni nuova folata.

Poi, improvvisa, la caduta. Sidore si accasciò muto sulle fronde irsute che gli avevano tagliato il passo. I rami gli si conficcarono sulle braccia e sul volto, generando piccoli rivi rossastri. Sangue e sudore, come un Cristo senza croce. Fidele si fermò, ma non osò aiutare il padre. Né Sidore osò chiedere aiuto al figlio.

Il sole era ormai spuntato e un cielo nuvoloso faceva da sfondo a quella salita irreale. Piccoli uccelli grigi ronzavano nell’aria tiepida del mattino. Poche farfalle, qualche ape, mosche di diverse grandezze facevano strada e indicavano il giusto sentiero da seguire. Camminarono per lungo tempo, ma nessuno dei due avrebbe saputo dire quanto. Finché d’improvviso, dietro un cespo di mirto, apparve il ponte. E i loro cuori, contemporaneamente, iniziarono a sanguinare.

Sidore ruppe il silenzio che abitava in lui da settimane.

«Niente dura in eterno. Animali, cose, uomini, questo cielo, questa terra piena di pietre: tutto deve finire. Ma solo gli uomini sanno quando è giusto che una cosa deve finire»

Fidele ascoltò serio. Avrebbe voluto aggrapparsi a quelle parole, salirci sopra e volare via. Guardò avanti a sé. Guardò il padre, per la prima volta da giorni. Stentò a riconoscerlo. Era vecchio, sciancato, inabile a qualsiasi lavoro manuale. Non era più un uomo, ma un peso che doveva essere allontanato per sempre.

Senza curarsi dello sguardo del figlio, Sidore salì sull’antico ponte di pietra. Sembrava un altro: il passo era rinvigorito, le falcate ora si stendevano sul selciato come sospinte da ali invisibili. La testa era fiera, alta a cercare il sole. Avanzò, sotto lo sguardo del figlio, e si fermò a metà. Poi si avvicinò al bordo senza parapetto e restò in attesa.

Fidele si avvicinò lentamente. Aveva raccolto da terra un ramo robusto e lo sguainava come una scimitarra. Salì sul ponte e si avvicinò ancora. Si avvicinò fino a poter sentire il sudore aspro e contadino di suo padre.

Il vento ora soffiava più forte, quasi fosse portatore di un arcaico segnale.

«Non piantare l’avena, quest’anno, al campo mattino. Lascia riposare la terra. Non è anno di semina questo, non dare retta a tuo fratello»

Il vento si fermò. Tutto era compiuto.

«E adesso… fai quello che devi fare

 

Dopo, e ancora. Fino a oggi.

 

Quell’anno Fidele cedette all’insistenza del fratello, e piantò l’avena al campo mattino. Ne piantò tanta, consumando tutto il seme, svuotando l’intera riserva.

Quell’anno, però, non ci fu raccolto al campo mattino. Il terreno, gravato da diverse stagioni di semina intensiva, non concesse linfa ma disgrazia.

Fu un anno di povertà, di fame, di lotta per guadagnare ogni nuovo giorno.

Continuava a ripetersi che se solo avesse dato retta alle parole di suo padre non si sarebbero trovati in quella situazione di angoscia. Lui aveva previsto tutto. Settant’anni vissuti nella terra, gli avevano dato il dono di conoscere la terra.

Le parole sgorgarono dalle labbra di Fidele come petali portati dal vento. «Se solo fossi ancora vivo…»

Poi, un giorno, gli portarono il corpo agonizzante di Marta, sua figlia. Troppi giorni senza mangiare l’avevano resa poco più di un fuscello e l’avevano esposta a una serie di malattie senza nome. Lui la prese in braccio e le chiese scusa. Lei provò a dire qualcosa, ma riuscì solo a esalare l’ultimo respiro.

Tutto era compiuto. Poggiò la bambina sull’erba dell’aia e iniziò a correre. Corse più veloce che poté verso il ponte di San Giacomo, corse incurante dei rami, delle pietre, del vento e degli insetti. Quando fu arrivato, salì sulla vecchia costruzione e si portò al centro. Quindi si avvicinò al bordo senza parapetto. E gridò a Dio il suo dolore.

Il pianto di Fidele squarciò il tempo. E aprì un nuovo varco verso il futuro.

L’indomani egli riunì l’intero villaggio e parlò a lungo. Le sue parole contennero così tanta verità che a tutti sembrarono eterne. I vecchi potevano ancora servire, la loro saggezza avrebbe salvato i giovani, levigando l’imprudenza, aggirando l’inesperienza, l’azzardo. Nessun uomo, a settant’anni, sarebbe più stato inutile. Nessun padre, a settant’anni, sarebbe più morto per mano di suo figlio.

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