Ragazzi giocavano

ragazzi giocano a pallonedi Paolo Marcacci

Il caldo quel sabato pomeriggio era asfissiante, nonostante l’aria condizionata e le persiane chiuse. Però sarebbe venuto a piovere, questo era sicuro: da qualche ora il ginocchio aveva ricominciato a fargli male, segno che il tempo sarebbe cambiato, entro qualche ora. Ogni tanto, la cicatrice faceva impressione anche a lui, quando gli capitava di soffermarsi a esaminarla: biancastra, liscia, quasi obliqua. O forse sembrava obliqua perché la gamba destra era leggermente arcuata all’indietro.Il cerchio alla testa rendeva tutto meno sopportabile; i caffè non erano serviti a niente. Del resto, estate o inverno che fosse, ormai il venerdì sera ci dava dentro di brutto: la vodka, soprattutto, liscia e buttata giù come una lama che gli attraversava l’esofago, gli incendiava il torace. Era il premio che si assegnava ogni fine settimana, per essere stato capace di mantenere il controllo fino alla fine del quinto giorno.

Dalla strada giungevano solo il rimbombo delle cicale e l’abbaiare di qualche cane in lontananza. Erano tutti al mare, a Castiglione o a Marina. Quasi tutti: da qualche minuto aveva iniziato a sentire i rimbalzi sordi di un pallone di gomma, dozzinale ma pesante, di quelli che diventano ovali dopo un paio di giorni. Ragazzi giocavano, lì fuori. Dalle voci squillanti ma non concitate, si capiva che stavano giocando a passaggi, a una sola porta.

Aveva mai giocato in quel modo, quando aveva la loro età? Quasi per niente, non ne aveva avuto il tempo. Non ci aveva mai pensato, fino a quel pomeriggio di luglio.

Da quando era tornato a vivere in Maremma, a casa sua, non aveva più fatto niente su cui valesse la pena riflettere. Non ne aveva nemmeno avuto bisogno, per dirla tutta.

Gli Euro al caldo – gli piaceva dire così – c’erano e ci sarebbero stati sempre. Anche questo rallentava tutto, consentiva di rimandare ogni cosa; qualsiasi scrollata avesse voluto dare alla sua vita, non c’era bisogno di darla subito.

Di quel suo benessere ormai stabilizzato, non si attribuiva alcun merito, se non quello di aver strappato contratti vantaggiosi fino a quarant’anni.

Avere un fratello commercialista, questa era stata la sua fortuna. Gli aveva blindato i soldi, indirizzato gli investimenti, impedito di avventurarsi in chissà quali presunti affari. Gli ripeteva sempre che se si fosse continuato ad affidare a lui avrebbe continuato, senza sognare la Ferrari o la Lamborghini, a cambiare la Mercedes ogni tre anni. C’era di peggio, insomma. Sempre più spesso, era suo fratello che si occupava anche di riscuotere gli affitti dei due appartamenti in centro. Lui se ne sarebbe dimenticato spesso e volentieri, questo lo sapevano entrambi.

Era diventato troppo pigro pure per farsi rovinare la vita da qualche ragazza più giovane, per farsi portare via quello che aveva e che contribuiva ad annoiarlo. La verità era che da quando Maddalena se n’era andata, per lui le donne erano cene da offrire, al massimo un week end da trascorrere in Versilia, un letto disfatto a cui cambiare presto le lenzuola.

 

Un rimbalzo diverso dagli altri, più secco e più vicino. Una voce timida che chiedeva se ci fosse qualcuno, nel villino con le persiane abbassate. Il pallone era finito nel suo giardino. Un motivo come un altro per alzarsi, magari bere un altro caffè. Passò davanti allo specchio, pancia prominente e cosce che sarebbero rimaste muscolose per sempre. Calzoncini Adidas, infradito. Mise una maglietta, uscì in giardino. Cinque ragazzini che aspettavano. Cinque ragazzini come lui non aveva avuto il tempo di essere.Non lo fece apposta: si ritrovò a palleggiare, come se non avesse mai smesso. Il pallone a tratti immobile sul collo del piede, docile come un cucciolo. Più stupiti che divertiti, gli occhi dei ragazzini.

– Vuole giocare con noi? – fece il più sfrontato, dopo aver deglutito.

Fu come infilare le dita nella presa della corrente. Era quasi da tutta la vita che aspettava che qualcuno glielo chiedesse senza volere altro che quello.

A piedi nudi, sull’erba secca del parchetto dall’altra parte della strada, si ritrovò a nascondere la palla col fiato cortissimo, a farla riapparire a intermittenza, sempre tenendola incollata al piede sinistro. Se l’avesse persa, non avrebbe potuto rincorrere i suoi avversari per più di dieci metri.

Da quanto non si divertiva così?

Dopo quasi un’ora, dolorante alle gambe e alla schiena, chiese una pausa ai suoi compagni di gioco, che avrebbero continuato per ore, anche solo per raccontare di aver giocato con un signore che riusciva a mettere la palla esattamente dove diceva, nel punto esatto delle porticine fatte con le magliette.Nemmeno s’era accorto di quel gruppetto di uomini, ancora ragazzi rispetto a lui, che si stavano avvicinando, forse anche un po’ sospettosi nei suoi confronti.Uno dei cinque chiamò i ragazzini

– Forza ragazzi, che si va via! –

Poi si mise a fissare l’uomo che si divertiva con gli ultimi palleggi.

– Ma…Scusi ma lei è…-

– Si, penso di essere io…- rispose sorridendo. Avrebbe voluto rispondere “Ero io”, in realtà. Ma non fu né vago né impacciato, tantomeno fece il sostenuto, figurarsi. La cosa non lo esaltava più di tanto, però gli faceva piacere che qualcuno, più giovane peraltro, si ricordasse ancora di quel poco di buono che aveva combinato nella vita. E poi era da un po’ che nessuno lo riconosceva.

– Ma io mi ricordo bene di lei…A Empoli, a Pisa…L’Under 21…E poi mi ricordo l’infortunio, contro la Sampdoria, vero? –

– Contro la Samp, si…Porto i segni…- disse anticipando lo sguardo di quel papà che stava per cadere sulla gamba storta.

– E poi tanta Serie B, vero? –

– Tanta, si, anche la C…-

Quello avrebbe proseguito chissà quanto, anche perché in genere i tifosi si ricordano sempre più cose di quante ne ricordi un calciatore. Si congedò, dicendo che aveva bisogno di una doccia. Salutò i ragazzini, ringraziandoli.Mentre si allontanava, sentì il papà dire al figlio che lui quel signore lì lo aveva avuto sulle figurine. Le figurine, già…Nemmeno con quelle aveva avuto il tempo di giocare.

Rientrando in giardino, si chiese dove fossero finite le scarpe da ginnastica e tutto il materiale per fare una corsetta ogni tanto che aveva comprato qualche tempo prima e ancora mai utilizzato. Si chiese anche se non fosse giunto il momento di accettare gli inviti di quelle televisioni locali che continuavano a invitarlo per i loro programmi sportivi. Chissà, magari Maddalena, seduta accanto al compagno nella casa di Livorno, dove era andata a vivere, una sera se lo sarebbe trovato davanti, girando per i canali.

E chissà cosa avrebbe pensato, Maddalena.

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