Come polvere di farfalla

biglie-coloratedi Floriana Simone

Ed eccomi di nuovo qui, nella mia stanza, a contare e a riordinare le tessere dei miei puzzle di legno, sempre gli stessi, sempre allo stesso modo…

Lo facevo con estrema precisione e con un tale ritmo che non lasciava spazio a dubbi o speranze,  poi improvvisamente – ed era sempre così – non potevo fare a meno di dirigere lo sguardo verso il solito punto e fissarlo, a lungo, fino a decollare. Lì rimaneva fisso, per non so quanto. Qualsiasi cosa potesse sembrare ai miei occhi,  quel punto generava nella mia mente l’avvolgimento di una lunga pellicola, centinaia di diapositive legate tra loro, che scorrevano ininterrottamente e, dove nell’una scorgevo la risposta, nella successiva ritrovavo la domanda. Così mi volgevo all’infinito, mi sentivo libera ma in trappola, nulla avrebbe potuto interrompere il mio volo finché quella lampadina fosse rimasta lì per me. Non capivo e provavo fastidio a volte, riusciva a trapassarmi e questo non sempre lo sopportavo, avrei voluto distruggerla, farla sparire, ma un attimo dopo finivo sempre col pensare che senza, non avrei potuto vivere. Sospesa a quell’esile filo, spenta o accesa, era lì solo per me e di me conosceva tutto, riusciva a proiettarmi in uno stato tale che notare quella soglia e varcarla, per me era la cosa più naturale.

Così mi ritrovavo anch’io sospesa a quello stesso filo per qualche eterno istante, poi svanivo, non ero più lì, e nessuno avrebbe potuto farmi tornare. 

Credevo di volare, anche quando pedalavo sulla mia bici… quel viale, sempre quello, che percorrevo ogni volta con gli stessi cambi di velocità alle solite curve, mi faceva alzare il naso al cielo e sognare, allora lasciavo incautamente il manubrio e aprivo le braccia. Le rotelle agganciate saldamente alla ruota posteriore, mi impedivano di cadere proprio come avrebbero voluto fare le braccia di mio padre se avessero potuto starmi vicino, almeno quanto quelle… Inarcavo la schiena e mi  staccavo dal suolo per godere della vista di migliaia di colori mescolati, la stessa che solo una farfalla, col suo volo lento e incostante può ammirare.

Così dico ora…

Quell’estate i miei genitori vollero portarmi in campagna, perché l’aria mi avrebbe fatto bene, perché forse avrei gradito trascorrere un po’ di tempo con gli animali, dargli da mangiare.

Lì speravano, avrei trovato un po’ di tranquillità e con me, forse, anche loro.

A volte la vedevo piangere mia madre. Si asciugava timidamente le lacrime e nascondeva il viso, mentre si avvicinava per stringermi a sé, ma io mi allontanavo e iniziavo a correre in punta di piedi, in tondo senza sosta,  senza sapere il perché. Allora lei prontamente provava ad attirare di nuovo la mia attenzione scandendo il mio nome e ripetendo la parola amore più volte. Mi chiamava con una tale insistenza! Era come se mi invocasse, forse pregava!  Io la sentivo, ma non era mio quel richiamo e allora chiudevo gli occhi e strillavo: amore, amore, poi ripetevo il mio nome e poi ancora amore, amore… Ripetevo quella parola per me tanto vuota e intanto correvo e correvo.

Mi diceva: Respira! Senti sulla mano! Così mi diceva allora…

Ogni volta che iniziavo ad agitarmi, mi invitavano sempre a sentire il mio respiro, dovevo farlo per calmarmi, per distrarmi, così mettevo la mano aperta sulla bocca e respiravo profondamente. Sentivo il calore del fiato toccare la mia mano fino a bagnarla, vedevo acqua scorrerci sopra, sudore, saliva, lacrime e poi di nuovo acqua… iniziavo a vedere i miei pensieri, a sentire la mia mano, poi la bocca e il viso, e così mi calmavo, così mi fermavo, e lei, di nuovo, poteva avvicinarsi.

Allora le  prendevo la mano e, dirigendola verso il sacchetto di biglie sulla credenza, che intanto improvvisamente destava il mio interesse più di ogni altra cosa,  la costringevo ad abbandonare l’idea che io, fossi lì per lei.  Prendevo tra le mani quel sacchetto di pelle, lo stringevo con forza e cominciavo a ridere tanto, fino alle lacrime senza un apparente motivo. Così credevano loro…

La biglia con quattro piume colorate all’interno – una rarità – era la mia preferita, amavo vederla rotolare,  sarei rimasta a guardarla per ore. Ruotando, le piume sembravano mescolare i loro colori proprio come i colori ad olio premuti uno sull’altro su una tavolozza. Vedevo la mia mano entrare  in quella palla di vetro, liberare quelle piume, liberare i miei sogni e  lanciarli in alto per lasciarli volare come ali di farfalla, fragili ma speciali…

Abbracciami senza toccarmi, lascia che le mie ali continuino a sbattere, perché sono io, perché è il mio volo e nessuno ha colpa, neanche tu!

Seppero ascoltare il mio silenzio e colmare i loro vuoti, lasciarono che uscissi da me stessa quando potevo e loro erano sempre lì ad aspettarmi, lasciarono che i miei voli pian piano facessero luce e che i miei sogni fossero liberi.

Il mio pensiero, non erano parole, idee, sentimenti, il mio pensiero erano immagini, innumerevoli immagini che raccontavano di me, della mia vita, della mia sindrome e delle mie inspiegabili sensazioni che adesso sanno anche emozionarsi un po’… Col tempo ho imparato a comprenderle, a catalogarle, ad apprendere da esse, e anche ad usarle per colmare quello spazio immenso che mi rapiva e che mi ritrovavo davanti ogni volta che finivo sospesa a quel filo o dentro quella  biglia, sola con me stessa.

Eccoli i miei puzzle, sono ancora qui… ma i miei pensieri hanno appreso il loro volo ed io, fragile e speciale come le ali impolverate di una farfalla, ora, sono libera di andare.

 

 

 

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7 pensieri su “Come polvere di farfalla

  1. Grazie infinite dell’empatia che con leggerezza fai provare.

    Grazie testimone attenta e rispettosa degli “altri”.

    Grazie Floriana.

  2. bellissimo racconto che ci ricorda con leggerezza e grande sensibilità che ogni bambino è unico e speciale e ha i suoi tempi per imparare a ” volare”… a volte ci vuole più amore e l’aiuto di qualcuno che insegni loro come fare, ma tutti i bruchi si trasformano in farfalle!!!!

  3. bellissima evocazione della personalita’ complessa e delicata di una bambina….un certificato medico la sintetizzera’ con freddi termini scientifici….le calde tenerissime parole di Floriana ce la rendono unica e irripetibile e speciale….come speciale deve essere stato il legame d’affetto che ha legato la prof e l’alunna! grazie floriana!

  4. Con il ritmo leggero del battito d’ali di una farfalla, il bellissimo racconto ha la capacità di emozionare e far riflettere. Dietro l’apparente silenzio, che isola dal mondo reale, si svela un mondo caleidoscopico a chi, per esperienza diretta, sensibilità e impegno si misura con chi ha un codice di comunicazione diverso dal nostro.

  5. Un racconto molto dolce, delicato e nel frattempo forte e intenso che si legge volentieri, coinvolge e parla al cuore!
    Ad una lettura più attenta e profonda offre spunti di riflessione sui nostri comportamenti, a volte simili a quelli della protagonista, dovuti al dover vivere una vita che, spesso, non scegliamo ma che ci viene imposta!
    Sta ad ognuno di noi apprendere il volo della vita e andare…

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