La neve e la grandine

grandinedi Paolo Marcacci

L’avrebbe raggiunta dove lei aveva deciso che si sarebbero visti: al parcheggio della stazione, subito dopo l’ufficio, appena prima del tramonto. In modo da mimetizzarsi meglio, quando lei avrebbe lasciato la sua auto per salire su quella di Gianni.

Sempre così, con Sara; del resto era lei quella sposata, quella che rischiava, che aveva da perdere. Quando discutevano, usava sempre quell’espressione: avere da perdere, riferita a se stessa.

Come se lui non stesse perdendo niente: il tempo, sempre scandito dagli spazi che lei ricavava per incontrarlo; il sonno, quando per giorni Sara non riusciva a farsi sentire; il resto della vita, sempre annebbiato dal pensiero di lei e di come sarebbe andata a finire.

Appena uscito di casa per raggiungerla, iniziò a piovere violentemente e subito arrivò la grandine. Batteva sul tetto dell’auto e sembrava spaccare il parabrezza, immobilizzare i tergicristalli come quando si prende una persona per i polsi: come faceva lui con Sara quando lei aveva una di quelle crisi di pianto per i sensi di colpa nei confronti della bambina e un po’ anche del marito.

In breve, tutto fu bianco: l’asfalto, le auto parcheggiate, persino i secchi della spazzatura.

Come se avesse nevicato, infatti le gomme delle macchine incidevano la patina bianca lasciando una scia identica. O quasi.

La poltiglia di ghiaccio era ancora tutta lì, quando si incontrarono.

Guardava nel vuoto, Sara. Come se una delle luci del cruscotto l’avesse catturata, come se il vetro l’avesse ipnotizzata con una luce che solo lei poteva vedere.

Il bacio che gli aveva dato salendo in macchina era stato più lungo e intenso del solito, quasi furioso, come se volesse lasciargli l’impressione di tutto quello che anche lei provava e che non sarebbe stato mai. Non con lei. Gianni avrebbe dovuto capirlo dalla carezza, quasi materna, che accompagnò il bacio. La sentì parlare di responsabilità, di una vita che non gli voleva rovinare, di un’attesa della quale non poteva garantire la durata.

La voce di lei a Gianni sembrava sempre più lontana, man mano che i suoi “dammi retta” e gli “è meglio così” gli spaccavano il petto.

Le spalle di lei fremevano, dopo l’ennesima volta che disse che doveva proprio andare. Non si voltò indietro, nemmeno per un secondo. Perché era meglio così e forse succede solo nei film.

Gianni restò a fumare, anche se piovigginava ancora, fuori dalla macchina, dopo aver parcheggiato. Lo strato di grandine era svanito, ormai. Era durato pochissimo, del resto, anche se gli era sembrato identico alla neve, a quel manto così uniforme che dura per giorni e copre tutto, che al mattino ritrovi intatto e lucente. Invece era solo grandine, che ora lasciava una colatura nerastra e lucida: come i “ti amo” che di dice una donna sposata, che poi ti lascia piangendo, col rimmel che le scende sul viso.

 

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