Il caso

uomo che guarda il maredi Marco Maresca

 

 

 

Come stai, le chiese.
Bene, gli rispose.
Detto questo, lei morì.

Fu così che cominciò. Il caso, sotto forma di malattia incurabile, gli aveva portato via la sola donna per cui poteva dire di avere provato un sentimento degno di questo nome.

Era stato sempre il caso, trenta anni prima, ad avergliela fatta incontrare e conoscere, sotto le spoglie affollate di un corso universitario di diritto privato. Ponendoli entrambi, casualmente, nella terza fila di una grande aula. Ancora il caso, questa volta in veste di reciproca completa attrazione, li aveva fatti innamorare e decidere di continuare la vita come coppia.

Era stata una bella vita, la loro. Avevano scoperto che il senso di tutto stava nell’assecondare, appunto, il caso. E quindi lo avevano fatto, senza sperare, né anelare direzioni alternative, né elaborare piani sofisticati. Sapendo che non c’era nulla da cercare, non avevano mai cercato, liberando così moltissimo tempo per fare altro. Era stata una vita intensa, senza la pena di un rammarico, in cui neppure la mancanza di figli era stata capace di portare noia. Era stata una vita libera.

Poi il caso, che pure avevano adorato come unica verità, come unico costituente dell’universo intero, come unica via da seguire, aveva giocato loro un colpo basso. Aveva scelto la prima vittima. Designando la fine di quell’idillio. Portando nella loro vita un sentimento che mai, neppure per un istante, avevano avuto l’occasione di sfoderare: l’odio. Da quel momento avevano iniziato a odiare tutto ciò che li aveva condotti all’istante in cui, uscendo da una porta d’ospedale, avevano realizzato, dopo un’ora di parole gettate loro in faccia da un insigne primario, che lei aveva un cancro all’ultimo stadio. Tutto il sistema di certezze che li aveva guidati fino ad allora era crollato senza preavviso. Avevano scoperto l’inutilità di tutte le azioni fatte insieme e che non sarebbero più tornate, se non in forma di ricordo. Avevano maledetto l’inizio delle rispettive vite, e anche di quelle dei loro genitori, causa di due inutili orgasmi generatori. Qualcosa che incautamente o distrattamente non avevano considerato aveva posto fine a tutto.

Il caso, trasfigurato in sofferenza pura, aveva annullato di colpo quelle vite, facendole morire ancora prima di morire realmente. La coppia finì nell’istante esatto in cui uscì da una porta d’ospedale. Poi, dopo tre mesi di attesa silenziosa, lui restò solo.

Decise immediatamente di lasciare il lavoro, dileguandosi in un amaro pensionamento anticipato. Si ritirò nella casa al mare e lì visse la più orrenda delle solitudini. Si sentiva sconfitto. Passava i giorni e le notti a rimuginare sul passato, cercando il momento in cui era iniziato quel tragico destino. Era impossibile accettare il fallimento e cedere definitivamente al caso, che pure aveva sinceramente venerato.

Si rimproverava su tutto. Sui pensieri, sulle idee, sugli avvenimenti. Si rimproverava del fatto che, pur essendo preparato all’idea di dover morire, non lo era stato affatto di fronte alla certezza dell’imminente morte. Sapeva che il caso l’avrebbe portata a entrambi nel momento in cui, lui soltanto, avrebbe deciso. Aveva contemplato un’idea astratta della morte ritenendola vera. Così, nel momento in cui essa si era presentata, non l’aveva riconosciuta. Morendo ancora vivo.

Si rimproverava anche di essersi ridotto in quella condizione per non aver contemplato l’idea della solitudine. In sostanza, gli mancava lei. Gli mancava infinitamente.

Non aveva mai creduto nell’amore, frutto sempre acerbo della chimica e della fisica, e neppure nel possesso egoistico di un’altra persona. E allora perché quello stato? Perché quella condizione sfacciatamente umana? Che esistesse altro, allora?

Ripercorse la sua vita anno per anno, e poi la sua vita con lei, mese per mese, giorno per giorno. Istante per istante. Tutto era stato perfetto fino a quel maledetto momento. Dopo del quale tutto si era fermato.

Passò molto tempo prima che riuscisse a trovare la forza di reagire. Dopo un anno era riuscito a scendere in spiaggia, e dopo altri sei mesi a camminare a lungo sul bagnasciuga. Ma restava sempre un uomo già morto. Da diciotto mesi non parlava con nessuno. Riusciva soltanto a elucubrare sulla vita. E sul caso.

Poi, finalmente, un giorno capì cos’era successo. Passeggiando lungo la spiaggia arrivò di fronte all’antica torre che vedeva in lontananza dalla finestra della sua camera da letto. Gli parve diversa da come era abituato a vederla. Stava cadendo a pezzi. Il tempo – il caso sotto forma di tempeste, onde, salsedine, vandalismi? – l’aveva ridotta a un cumulo di laterizi implodenti, tristemente in attesa del crollo finale. Possibile che a nessuno fosse venuto in mente di restaurarla? Serviva soltanto qualcuno che prendesse in mano la situazione e l’ignara torre sarebbe rinata a nuova vita. Non per sempre, naturalmente. Ma avrebbe abbellito quel paesaggio ancora per un po’ di tempo.

Ripensò ancora alla vita trascorsa con lei. Vide il momento in cui tutto si era fermato. E vide il loro errore. Semplicemente, non avevano scelto di vivere ancora. Si erano arresi al caso nell’unico momento in cui, invece, avrebbero dovuto reagire. Potevano trascorrere ancora tre mesi insieme e non l’avevano fatto. Avrebbero potuto scegliere, invece di assecondare. Invece di arrendersi. La scelta, forse, sarebbe stata l’unica cosa in grado di arrestare il caso. Di cambiare, anche se per poco, il corso degli eventi. Ripensò a tutte le volte in cui avrebbero potuto scegliere, e dire di no al caso. E si rammaricò di non averlo fatto.

Ripensò all’ultimo giorno e vide qualcosa che gli era sfuggito. Vide la sua compagna, inerme, distesa sul letto, cosparsa di piccoli tubi trasparenti, dimezzata nel peso e nella dignità, un essere al confine estremo della vita. Guardò meglio. Guardò il suo viso. Gli sembrò stranamente sereno. Ricordò di averle chiesto, per abitudine, come stava. Ascoltò, e sentì la donna dire che stava bene. A quelle parole si dovette sedere sulla sabbia per non cadere: lei era serena e stava bene. Pianse, pensando che avrebbero potuto stare bene, insieme, per tre mesi ancora. E non l’avevano fatto. Pianse perché capì che lei, invece, quell’ultimo giorno, era riuscita a farlo. Che aveva scelto di non lasciarsi morire, e di arrivare al momento estremo godendo fino all’ultimo della sua umanità. Era morta serenamente, guardando negli occhi l’uomo con cui aveva condiviso la vita.

Pianse a lungo, quel giorno. Lo fece restando a guardare il mare. Ascoltando il rumore sempre uguale e sempre diverso della risacca, battito vitale del cuore del mare. Poi, prima che facesse buio, si alzò.

 

Come stai, gli chiese.
Bene, le rispose.
E sorridendo, tornò a casa.

 

 

 

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