Ghiacciolo Arcobaleno

eldorado_thumb[8]di Paolo Marcacci

Quanto costava? Duecento Lire, se non ricordo male. Con tre gusti, uno sopra all’altro, limone, menta e fragola. Un condensato di ghiaccio e coloranti, il ghiacciolo Arcobaleno, si cominciava a sciogliere mentre lo scartavi, il confine tra un gusto e l’altro era una terra zuccherosa di nessuno. Comunque, uno dei gelati più economici e io avevo in tasca il biglietto da cinquecento Lire.

Barbara era biondina, con gli occhi chiari e i denti leggermente all’infuori; forse portava anche l’apparecchio. Forse, i ricordi non sono mai certezze, si modificano appresso a noi, a forza di starci accanto. Siamo costretti a sopportarci a vicenda, la maggior parte delle volte.

Nel paesino dove andavamo in vacanza, c’era soltanto un bar, anzi era uno spaccio alimentare, con la cabina per il telefono e il frigorifero dei gelati. Se chiudo gli occhi, riesco a sentire ancora l’odore, dolciastro, di gomme da masticare vendute sfuse, caramelle, chissà cos’altro.

Quel giorno venne a passeggiare con me perché sulla strada non c’era nessuno e le prime ore di un pomeriggio d’estate possono essere interminabili. Fosse stata con la cugina, o con qualche altra amica, mi avrebbe a malapena salutato.

Era visibilmente annoiata, come soltanto una ragazzina di tredici anni all’inizio degli anni ottanta sapeva e poteva essere; ovviamente, mi sentivo responsabile della sua noia, della sua scontentezza, della terra che le mancava sotto i piedi, come all’epoca dicevano le nostre mamme, del fatto che non capiva perché i genitori non fossero voluti restare nella loro casa al mare, a Tortoreto, invece di salire in collina in una frazioncina che d’estate arrivava a cinquecento anime.

Neanche io volevo essere lì, a pensarci bene, tanti erano il mio imbarazzo e la mia sensazione d’inadeguatezza. Certamente non mi aiutava il fatto che mentre si sforzava, con il minimo indispensabile di cortesia, di rispondere alle mie banalità, guardava fisso davanti a sé, come tutti quelli che vorrebbero trovarsi in un altro posto, con un’altra compagnia.

Con la testa incassata nelle spalle, seduto accanto a lei su una specie di staccionata quasi pericolante, mentre la guardavo di sguincio, quasi di nascosto, sentii la mia voce pronunciare: “Ti va un ghiacciolo Arcobaleno?”. Non un gelato, genericamente, ma proprio quello. Infatti “Perché proprio quello?” chiese lei rivolgendo il viso verso di me, come se solo in quel momento si fosse accorta della mia esistenza. La curiosità improvvisa con cui mi stava fissando incendiava le guance a me e produceva sul suo viso una specie di smorfia, una piegolina all’angolo della bocca che ai miei occhi ingenui, innamorati per la prima volta senza il coraggio di confidarlo a nessuno, la rendevano unica. Oltre che inarrivabile, ovviamente: un anno più grande, figlia della buona borghesia teramana che appena poteva mi sfotteva per il mio inconfondibile accento romano.

Non potevo certo rispondere che avevo in tasca cinquecento Lire e con due ghiaccioli me ne sarebbero rimaste in tasca cento per il flipper; così le dissi, senza pensarci: “Perché ha tre colori, come le persone: verde se sei contento, bianco se sei…Normale e rosso quando uno è arrabbiato, come te…”.

Le scappò un mezzo sorriso.

“Scemo…”: me lo disse tra una piega e l’altra di quell’espressione inimitabile; andai a prendere i ghiaccioli, col cuore in gola per l’emozione: la prima volta in vita mia che offrivo qualcosa a una futura donna. La barista mi diede il resto con un sorriso a metà tra materno e complice, aumentando se possibile il mio imbarazzo. Avevo le mani così sudate che i ghiaccioli persero subito la patina ghiacciata attorno alla carta.

“Grazie…” disse scartando il gelato, con un sorriso piccolissimo, che adesso tradiva anche il suo, di imbarazzo. Bisognava fare qualcosa; dirla, se non altro, per evitare di farsi sciogliere il ghiacciolo in mano. Optai per l’originalità: “Tu quale gusto preferisci?” al che lei rispose decisa, come se si aspettasse la domanda: “Il punto tra la menta e il limone, perché i due sapori si mischiano e il gusto è ancora più buono…”. Pensai che aveva ragione, anzi cominciai quel giorno ad ammettere che le donne hanno spesso ragione.

“Sei ancora arrabbiata?” trovai il coraggio di chiederle; Barbara fece segno di no con la testa, mentre staccava un morso ghiacciato con un sorriso incerto.

Feci per sgranchirmi il braccio, senza sapere che si fa sempre così quando si vuole posarlo per la prima volta sulla spalla di una donna; quando le posai la mano rattrappita dall’emozione sulla clavicola, lei scosse un po’ la testa, come a dire che se lo aspettava, con quello che adesso era un sorrisetto malizioso, meno bambino del mio imbarazzo; continuavo a guardarla di sguincio, ovviamente.

“Cioè ma…Io un po’…Cioè ti piaccio? Tu a me si, dall’anno scorso…”.

Sorrise, stava per dire qualcosa che mi sarebbe piaciuto, anche se forse non era un si; in quel momento, salirono sulla strada la cugina con un paio di amiche; stavano parlando dei Duran e ancora non ci avevano visto. Lei si sottrasse al mio abbraccio timido, di scatto e mi ringraziò per il ghiacciolo. Non riuscii a rispondere neppure prego, in quella mezzora mi erano accadute più cose che in tutta l’estate, credo.

 

Per altre estati ci frequentammo, anche oltre l’adolescenza; sempre in comitiva e sempre con un filo d’imbarazzo reciproco, quando ci parlavamo; non ci capitò mai, neppure una volta, di restare di nuovo da soli. Forse abbiamo preso le distanze dai ragazzini che eravamo quel pomeriggio, forse certe cose che potrebbero accadere è destino che non accadano.

 

Barbara l’ho rivista la scorsa estate, mentre salivo sulla strada del paese, dove ormai vado per una settimana l’anno, più o meno; ero salito sulla strada per sistemare alcuni bagagli in macchina. Era un primo pomeriggio. Camminava sottobraccio alla cugina, piano. Il foulard colorato annodato sulla testa, lo sguardo a fissare un punto lontano, come quel giorno in cui le offrii il ghiacciolo Arcobaleno. Forse l’ho riconosciuta proprio perché, come quella volta, dava l’impressione di volersi trovare da un’altra parte.

Quando non ci si è visti per molto tempo, se si può ci si evita, almeno penso che capiti spesso e che sia comprensibile. Io però guardavo nella loro direzione e loro nella mia.

Sorrisi abbozzati nella quasi reciproca incredulità di rivedersi. Nessuna ruga d’espressione riusciva a confondersi con quella piega ai lati della bocca.

Il trucco non riusciva a nascondere quanto fosse sofferente; se possibile, aumentava la sensazione. Stavolta i come stai, che fai, dove vivi, quando torni da queste parti mi interessavano realmente, come se avessi ripreso in mano un filo che m’era sfuggito trenta anni prima.

Chemioterapia, e adesso andava meglio, a breve una visita di controllo. Speriamo bene. Sono sicurò che sarà tutto a posto. Sarebbe bello organizzare una rimpatriata con tutti quanti. Ciao, allora.

 

Se n’è andata con la cugina, come quella volta. Solo più lentamente e senza dover nascondere che era con me.

Le ho guardate allontanarsi, finché non sono sparite dietro la curva, mentre pensavo al tempo, che si scioglie come ghiaccio colorato e lascia solo i ricordi, che ci si appiccicano addosso come lo zucchero allo stecchino dei gelati.

 

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