Strauss e Janacek: un saluto carico di speranze

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di Filippo Simonelli

Il 2014 è prossimo al congedo, l’atmosfera natalizia, con la sua gioia un po’ infantile e spensierata, pervade tutta la città di Roma. E questa stessa atmosfera è forse quella che pervade tutto il concerto che l’accademia di Santa Cecilia propone come congedo dall’anno solare della musica da camera.

Il programma prevede infatti due opere giovanili di Richard Strauss (op.4 “Suite per strumenti a fiato” in Si Bemolle maggiore ed op.7 “Serenata per 13 fiati” in Mi Bemolle maggiore, rispettivamente 1864 e 1882) intervallate da una composizione di Leo Janacek (“Mladi, per sestetto di fiati”, 1924). Il tono generale di tutte le composizioni, affidate all’orchestra di fiati dell’Accademia, è lieve e leggero: il primo Strauss infatti utilizza ancora una sintassi musicale limpida e gradevole all’ascolto, risente molto di influenze dalla purezza Mendelssohniana. Complice la giovane età, è distante ancora anni luce dalla disperata introspezione delle “Metamorphosen”. L’opera di Janacek dal canto suo già con il nome non lascia spazio a fraintendimenti: “Mladi”infatti significa Giovinezza in Ceco, e ha il suo nucleo tematico nella “Marcia degli uccellini blu”, scritta nell’ambito della insistente ricerca del compositore boemo negli anni post-bellici di evocare quella gaia atmosfera della giovinezza del piccolo Leo nell’abbazia di San Tommaso a Brno (non a caso gli “Uccellini Blu” erano proprio gli alunni della scuola dell’abbazia, così chiamati per il colore della divisa).

In una sala Sinopoli non proprio stracolma ha preso dunque il via il concerto. L’unico movimento della serenata è scivolato piuttosto dolcemente rilassando l’ascoltatore, forse l’ensemble ha calcato eccessivamente la mano quando accentuando molto la modulazione in si minore , esacerbando leggermente l’atmosfera apollinea che uno Strauss “della scuola classica” , come lo chiamava Hans Bulow allora, sapeva magistralmente evocare già a nemmeno vent’anni. Tuttavia la qualità generale dell’esecuzione è solo leggermente scalfita da questa scelta, che risponde poi più a criteri di gusto che non ad osservazioni tecniche.

La “Mladi”, senza dubbio il brano più ostico in programma , viene eseguito in una maniera quasi lussureggiante, forse per renderlo più accattivante per lo spettatore con il flauto di Andrea Oliva in prima fila a fare gli onori di casa. Questa tendenza si manifesta perfettamente nell’Andante sostenuto che risulta decisamente arricchito dalla scelta, mentre i movimenti conclusivi risultano leggermente appesantiti , ma nel complesso la scelta viene promossa.

A chiudere la breve ma intensa serata la suite straussiana, senza dubbio cavallo di battaglia del concerto. L’esecuzione non risente dell’assenza di un direttore sul podio (nelle intenzioni originali di Strauss invece c’era, tanto che fu lui stesso a dirigere l’orchestra di Meiningen alla prima), complice anche la forza dei fagotti di Andrea Zucco e Fabio Angeletti a fungere da architrave durante tutta l’esecuzione; particolarmene in rilievo il “Praeludium” scoppiettante ed energico a risvegliare la sala dal torpore del cambio di palcoscenico, e la “Gavotte” possente ed enerica, scelta anche per l’applaudito bis finale.

Un concerto dunque in definitva promosso senza particolari riserve; una scelta particolarmente indicata quella del “Guter Klang” dei fiati perfettamente intonato con la atmosfera natalizia circostante che come omaggio al fulgido astro di Richard Strauss, di cui l’auditorium celebra il 150° dalla nascita, un talento che radicato fin dalla gioventù. Dalla Mladi, come avrebbe detto non a caso il buon Leo Janacek.

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