Perché Beethoven è Beethoven

schroeder-kqUH-U1040409210568F9G-640x320@LaStampa.itViva Schroeder e viva l’agiografia. Sì, perché dopo decenni di forbite e dotte discussioni sulla figura di questo gigante in cui tra le righe leggevi sempre l’espressione corrucciata di una inevitabile necessità di liberare l’uomo dalle presunte scorie del mito, per l’ascoltatore medio, per l’appassionato e il melomane resiste l’immagine di assoluta alterità, di titanismo caratteriale, di sublime eroismo che sì è vero, tanta divulgazione ha contribuito a forzare ma che è alla radice della luminosa umanità e della motivazione artistica profonda di Ludwig Van Beethoven, il cui nome, per molti se non per tutti, è l’unico sinonimo della musica. E non è un caso che in questi giorni Milano lo ricorda con una mostra sui fumetti a lui dedicati. Un arte popular per un musicista immenso ma popolare come nessun altro.

Perché Beethoven è colui che, al netto di qualsiasi iorientamento critico, ha fatto della musica un concetto etico prima che estetico, fissandone per sempre lo status di interprete privilegiato della profondità dell’animo umano. E questo senza nessuna concessione alle mode, alle convenienze, perfino alla tecnica e al virtuosismo. Non sappiamo se sia vero l’aneddoto secondo il quale Beethoven avrebbe fulminato il noto virtuoso viennese Schuppanzig – reo di avergli fatto notare l’impossibilità di eseguire sullo strumento  un passaggio – con la frase “Cosa volete che me ne importi del vostro violino miserando quando lo spirito parla in me!“; ma, anche se non fosse vero rappresenterebbe alla perfezione l’immagine dell’uomo ‘posseduto’ dalla sua arte, un sacerdote prono davanti all’altare che deve semplicemente officiare un rito dettatogli nel profondo.

Suona strana, quasi kitsch, certo, questa frase al secolo della demitizzazione; ma quanto ci sarebbe bisogno oggi di artisti di questa trasparenza assoluta nel servizio a un ‘arte che è molto più di un fatto estetico, è l’espressione di una radicale tendenza dell’uomo a superare se stesso e ad aprirsi all’infinito, a reclamare il suo essere oltre la biologia. La musica, scrive il grande critico Carl Dalhaus diventa con Beethoven “un mondo a sé, non più mezzo per uno scopo sociale, ma essa stessa uno scopo, una religione che fa intuire l’ineffabile”. Da Beethoven in poi, attraverso il secolo d’oro della musica ogni compositore si sentirà obbligato a portare avanti questo discorso, a tentare vie nuove ed autonome, a esaltare l’ombra del gigante cercando di sgusciare fuori dal suo cono, ma contribuire di suo, rispondere a questo impeto oramai lanciato.

Beethoven, come ricorda Michel Chion “impersona qualcosa coem la voce del Padre, la Legge, qualunque essa sia, destino, interdetto o perdono.”

Ecco, anche l’abbondanza di categorie interpretative extramusicali sancisce paradossalmente la straordinarietà di un musicista che invece ha reso la musica autonoma da interpretazioni sentimentali, da associazioni di immagini, lui che si risentiva quando gli si chiedeva conto dei significati, perché per Beethoven la musica non è più semplice descrizione di caratteri, affetti o soggetti, ma come leggeva già il contemporaneo E.T.A. Hoffmann

ogni passione, amore, odio, ira disperazione mostrataci dall’opera viene rivestita dalla musica con i riflessi purpurei del romanticismo e persino ciò che si è sentito nella vita ci conduce fuori dalla vita nel regno dell’infinito“.

Che è il regno della musica, che si serve di questi materiali, ma li rende poetici trasformandoli con le sue leggi, le ferree leggi della forma che è capace di render perfino poetico, un tema banale con la capacità di trarne fuori echi, risonanze, modulazioni, rimandi e trasformazioni che ogni volta ne ampliano il senso grazie alla propria creatività. Se quindi, conclude Dalhaus per l’illuminismo la musica  “era un mezzo per intenerire il cuore, un abbandono alle emozioni, assolvendo quindi a una funzione psicologica, da Beethoven in poi la musica esprime l’essenziale dei sentimenti anche senza i loro motivi e l’accento i sposta da un ascoltatore come soggetto estetico che prende certezza di sé per mezzo della musica, all’oggetto artistico nel cui significato egli si deve immergere.”

La musica quindi, concludendo, come un viaggio attraverso l’io alla ricerca dell’infinito. Siamo tornati nella metafisica e nel mito, certo, ma la colpa non è nostra è Beethoven che ci ha riportato lì.

 

 

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