Piccola recensione del Fidelio alla Scala

C_4_articolo_2083460__ImageGallery__imageGalleryItem_2_imagedi Filippo Simonelli

“Beethoven è un compositore scomodo per i cantanti, dicono. Ma per nessuno strumento Beethoven è comodo […] la scomodità fa parte dell’espressione beethoveniana”. Con queste parole, pronunciate il 24 novembre all’università “Cattolica” di Milano, Daniel Barenboim ha introdotto quello che è stato il suo ultimo atto alla guida de “La Scala” di Milano, ovvero il “Fidelio”. L’opera che ha senza dubbio soddisfatto il pubblico alla scala, presentava alcune particolarità, specie nell’allestimento. La regista Deborah Warner, nota al pubblico operistico già per una regia della “Morte a Venezia” di Britten, ha scelto di superare il “setting” originario, un oscuro carcere nella Siviglia del 1600, trasportando la storia fino ad un presente prossimo, in un’anonimo sobborgo industriale in cui Don Pizarro, vestito a mo’ di imprenditore, domina sovrano; in alcuni passaggi, specialmente quelli iniziali, la scenografia ricorda quella delle prime versioni del “Look back in anger” di Osborne, a voler marcare ancora di più il carattere dell’opera. L’eroina Fidelio, che già nel libretto originale di Jean-Nicolas Bouilly era costretta a travestirsi da uomo per salvare l’amato Florestan, nella versione moderna indossa una tuta da operaio ed è armata di cesoie e rivoltella. E si potrebbe andare avanti a lungo nel celebrare le felici scelte registiche, facendo tuttavia un grave torto alla vera protagonista della serata, ovvero la musica. L’orchestra infatti ha svolto un lavoro magnifico, a partire dalla Overture iniziale “Leonore III” che da sola bastava come degno commiato per un direttore destinato ad entrare nella leggenda come Barenboim, senza nulla togliere al preludio del secondo atto, certo meno vistoso ma non meno riuscito. E, nonostante le difficoltà che presenta la scrittura vocale del Maestro di Bonn, Anja Kampe (Leonore/Fidelio) ha infiammato il pubblico della sala con quel pathos che solo i grandi interpreti riescono a comunicare, e tutta la compagnia è stata alla sua altezza (una nota particolare la merita Kwangehui Youn, nei panni del carceriere Rocco, cui è stato tributato un applauso particolarmente affettuoso). Tornando all’effetto complessivo, la cura maniacale per le dinamiche che è sempre stata un tratto distintivo della ricerca musicale del direttore israeliano, questa volta si è combinata perfettamente con l’ allestimento imponente ma realizzato in maniera da non risultare mai invadente ma sempre necessario contrappunto del dramma prima, poi della incredibile esplosione di gioia per il successo dell’impresa di Fidelio/Leonore (accompagnata da una nevicata artificiale forse un pò kitsch, a dire il vero). Il plauso delle autorità presenti è stato unanime ed entusiastico, il pubblico tutto in visibilio. Sola nota dolente della serata, le oramai tristemente rituali proteste di antagonisti di sorta davanti al Teatro. Personaggi che, accecati da una sorta di furore bacchico contro il “sistema” , arroccati nelle loro moribonde e mortifere celle ideologiche, non sono in grado di riconoscere ed apprezzare quella vera cultura che ha da sempre rinfrancato e dato forza alle grandi menti anche nei momenti più bui della storia d’Europa, e che fortunatamente sopravvive ancora in istituzioni secolari come la Scala.

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