Tolkien e Coleridge/1 L’ombra del passato e la gratuità della Grazia

tolkienL’ombra del passato non è solo il titolo di uno dei primi capitoli del Signore degli Anelli. Il passato, in quanto ombra, in quanto cioè essenza invisibile ma misteriosamente presente diventa personaggio, non solo fantasma che aleggia ma evidenza che condiziona tutta la narrazione.

Non c’è nulla di nuovo in questo se ci fermiamo alla superficie della cosa. Il passato gioca sempre un ruolo in ogni romanzo che si muove su una profondità storica, una trama tra intreccio e fabula. Nel caso di Tolkien, poi, narrativamente quel capitolo lì è anche una chiave che lega il romanzo precedente lo Hobbit, al nuovo. Dalla filologia tolkieniana sappiamo anche che quel capitolo è stato scritto quasi al termine della stesura del romanzo. Un frutto sapiente di una riflessione personale sulla confezione della storia.

Ma Tolkien era un filologo e per lui l’idea di passato non era semplicemente il passato. Ed era un uomo imbevuto di cultura germanica, una cultura in cui fin dalle prime espressioni linguistiche si associava l’idea di passato a qualcosa di materiale, alla perdita reale di ciò che abbiamo avuto di fronte, nelle nostre mani e che ora sfugge e si consuma nello spazio quasi lo vedessimo disperdersi come un granello di polvere sollevato dal vento. Il tedesco moderno usa l’espressione Vergangenheit dove l’idea di passaggio del tempo, comune anche alle lingue romanze, si arricchisce di una connotazione portata dal prefisso ver- che serve spesso per dare completezza , perfezione all’azione, ma che implica un’idea di consumazione, di perdita: “verpassen” significa perdere un’occasione “vergehen” ha anche il senso di “andare in malora, consumarsi”.

Il passato è quindi nell’animo germanico come un oggetto materiale che ci si è frantumato nelle mani, una perdita irrimediabile materialmente ma che resta come presagio e maledizione e agisce come in prima persona sul destino.

Da chi scrive o da chi semplicemente racconta il passato deve essere conservato, mantenuto nella memoria, evocato, cantato. Come se la parola potesse avere funzione di schermo nei confronti dei suoi strali. Tutto l’arco creativo del romanticismo anglo-tedesco è innervato da questa idea di un passato che si estende sul presente che non solo va conosciuto e appreso come maestro di vita e fonte di saggezza ma come un essere capace di volontà, un fantasma di fatti ed eventi che per quanto estinti nella materialità continuano a vivere come fattori che possono agire direttamente nella vita. Beowulf

Questo senso tragico, presente ovunque agli albori di quella letteratura: dal Carme di Ildebrando fino al Beowulf e al ciclo dei Nibelunghi, cambia di segno con l’avvento del cristianesimo che impatta profondamente su un aspetto in particolare del confronto del singolo e della comunità con la fantomatica “ombra del passato”.

Uno dei tanti elementi che collega Tolkien a un altro grande poeta del soprannaturale e della sospensione dell’incredulità come Coleridge è che un gesto compiuto nel passato non è solo un lascito nella coscienza del personaggio, ma in quanto atto di una creatura morale come l’uomo comporta una responsabilità, un travaglio da espiare e può essere solo redento da una Grazia imprevista e immeritata oppure come remunerazione di un altrettanto gratuito gesto provvidenziale. Se l’ordine della Grazia non appartiene a questo mondo, ciò non può avvenire sul piano della storia, non può agire direttamente da e sul Vergangenheit, su ciò che si è consumato tra le mani dell’uomo. Deve irrompere da un’altra dimensione, da un luogo in cui non c’è passato perché non c’è consumazione, dove non c’è tempo, neanche il tempo presente perché il presente, e torniamo all’etimologia, è Gegenwart ‘qualcosa che si ha di fronte’, che si può toccare, per cui è destinato alla inevitabile consumazione.

Ma andiamo ai testi: il Vecchio Marinaio dell’omonima ballata di Coleridge uccide senza una ragione l’albatro e quel suo gesto inconsulto condanna l’intero equipaggio ad una deriva infinita in un mare prima immobile poi minaccioso, quindi al cospetto di una nave spettrale, fino a causare la morte di tutti i marinai tranne colui che narra la storia. Il gesto irresponsabile, quasi sportivo del protagonista potrà essere redento solo quando un “angelo protettore” insinua nel suo cuore una spontanea e gratuita benedizione per i serpenti marini che all’apice della disperazione diventano per il marinaio creature di cui avere compassione, esistenze alle quali si partecipa. In cuor mio le benedissi, racconta il marinaio, senza spiegarne il motivo, perché in quanto atto di grazia, tanto improvviso quanto lo è stata l’uccisione temeraria e improvvida dell’uccello. L’ombra di quel passato continua quindi a esercitare un ruolo decisivo nella trama della storia fino al momento in cui un evento gratuito, un momento di illuminazione come proveniente da un altro mondo non lo cancella. Le nebbie infatti evaporano, la ciurma si risveglia e quelle che sembravano anime destinate alla perdizione divengono cantori di cori angelici. coleridge-3

In Tolkien non ci sono uccisioni improvvide e improvvise; c’è però in Frodo nelle miniere di Moria l’aspirazione a qualcosa di assai simile. Che peccato, afferma più o meno il giovane hobbit, che Bilbo non uccise Gollum avendone l’occasione. Questa frase, potenzialmente equivalente alla sfrontatezza del marinaio nell’elargire personalmente la morte a un altro essere, viene prontamente stroncata da Gandalf che ricorda a Frodo come non sia dato a nessuno né tantomeno a lui di assegnare la morte a chiunque, formulando nel contempo la profezia che anche quel Gollum lì, quella specie di essere quasi ridotto al rango animale, possa esercitare un ruolo decisivo nella storia. Cosa che, come sappiamo, puntualmente si verificherà ma non per volontà di colui che voleva dispensare arbitrariamente la morte. Se infatti saltiamo in avanti di quasi un migliaio di pagine troviamo Gollum che dopo aver strappato l’anello a Frodo precipita in un momento quasi di personale beatitudine nelle fauci ardenti del vulcano. E questo gesto, improvviso e imprevedibile, ma conseguente a quell’atto provvidenziale di Bilbo che non esercitò come invece fece il marinaio la possibilità di uccidere, dissipa l’ombra di Sauron e il suo potere passato ma ancora maleficamente operante e preannuncia una sorta di apocalisse in senso evangelico della storia, l’eucatastrofe di cui parla Tolkien nel saggio sulle fiabe, una sorta di redenzione di quel mondo sebbene temporanea.

L’ombra del passato, entità reale di qualcosa con cui concretamente fare i conti non può essere quindi vinta dall’uomo di per sé, ma necessita sempre cristianamente di un evento altrettanto reale ma donato per grazia (l’angelo custode in Coleridge) o come remunerazione per un atto di umana compassione (Bilbo che non uccide Gollum).

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