Il libro? Per Neil Gaiman è una piccola macchina che produce empatia

Neil GaimanUn luogo sicuro e accogliente dove chiedere vuol dire trovare anche ciò che non avevi intenzione di cercare e sentirsi come coccolati e circondati dal calore di una cultura che ti si porge e può sorprenderti, un luogo dove funzionano “quelle piccole macchine produttrici di empatia che sono I libri”.

Se non è una dichiarazione d’amore per le biblioteche questa di Neil Gaiman poco ci manca. Si tratta in realtà dell’estratto di una lunga conversazione dell’autore di Nessun Dove, Coraline e American Gods  comparsa in questi giorni sul primo numero di Create, una nuova rivista pubblicata dall’Arts Council of England

Lo scrittore inglese inizia dai primordi raccontando delle sue espeirenze di bambino quando all’età di tre anni entrò per la prima volta in una biblioteca nella contea di Sussex “Il massimo però fu per me quando riuscii a convincere I miei genitori a lasciarmi solo lì dentro qualche anno dopo. Fu come trovare la chiave di un regno magico”.

Un regno dove c’erano però anche creature spaventose come I bibliotecari dai quali il piccolo Gaiman era letteralmente terrorizzato.

“Abitavano in una specie di nido al centro della grande sala e credevo fossero una specie di polizia pronta ad affibbiare multe a chi si comportasse male. Ci misi un po’ di tempo ad avvicinarmi e a formulare delle richieste”.

Da quell’epoca le cose sono ovvimente cambiate. Il merito è stato in gran parte della biblioteca scolastica, li dove Gaiman ricorda di aver provato per la prima volta “un senso di conforto e di sicurezza. Una zona in cui non dovevi avere paura dei bulli, potevi fare I compiti senza nessuno che ti disturbasse ma anche tutto quello che ti veniva in mente di fare”. Neil ricorda poi di aver visitato qualcosa come 7.000 biblioteche nel corso della sua vita. “Una delle più belle – spiega – si trova a Salt Lake City dove nel reparto ragazzi ci sono dei grossi sacchi/poltrona morbidi e alti più di un metro e mezzo dove I bambini si possono sistemare con un libro e praticamente sparire lì in mezzo per tutto il tempo che vogliono”. Ma anche quella di Melbourne “dove c’è un grande pianoforte a coda sul quale mia moglie ha suonato durante un mio reading davanti a 1500 persone”.

Ai tempi del web è importantissimo per Gaiman il tipo particolare di fascino che solo le biblioteche possono esercitare. “Devono essere spazi belli, fascinosi, curati, luoghi in cui si investe, come è succeso di recente a Birmingham dove la biblioteca ristrutturata somiglia a una grande galleria d’arte che non ha nulla da invidiare alla Tate Gallery”. Ma il valore aggiunto è e deve essere la “sorpresa”, un’esperienza che sul web non si può replicare. “Non c’è nulla di così bello – conclude Gaiman – che trovare un libro che non volevi trovare. Chi va su Internet può facilmente trovare un libro che desiderava, ma è molto più difficile trovarne uno che non volevi leggere. Oppure prenderlo perché la copertina ti attira, o magari perché stava impilato vicino a quello che stavi cercando, o ancora perché sul banco delle restituzioni è finito sotto quello che stavi restituendo. Questa esperienza di vera e propria serendipità può verificarsi so in biblioteca. Ecco perché io vorrrei sempre essere circndato da libri che non conosco, queste piccole macchine produttrici di empatia grazie alle quali entri nella testa di un altro. Eliminare le biblioteche può compromettere il nostro futuro. E’ come mangiarsi ciò che si è coltivato solo per non andarlo a comprare altrove”.

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