Cuneo. A Scrittorincittà arriva Annalilla

CorradiniANNALILLAesec_300dpi-654x1024Annalilla è una bambina, colta dalla penna del suo autore/alter ego Matteo Corradini in uno dei momenti apparentemente più spensierati nella vita di un’undicenne: l’ultima settimana di scuola, un lasso di tempo di fronte al quale si squaderna una serie di possibilità: concepite, sognate, delineate con un’immaginazione fervida e creativa come non mai. C’è però di fronte un dato comunque ineliminabile: una realtà che non ha bisogno di presentazioni perché è lì di fronte nelle sembianze di una natura ritratta come fosse al suo nascere, illustrata da uno stile e una potenza biblica. E poi – e anche questo è un bel tratto di realtà – c’è una nonna, una persona così inferma da sembrare alla bambina un soprammobile, ma al cospetto della quale ci saranno delle responsabilità da assumersi, in una sequenza di eventi descritti con tale immediatezza e ritmo da imporre una lettura concitata e partecipe.
Corradini ha costruito un romanzo perfetto, e si può dirlo senza retorica quando alla fluidità narrativa si accompagna uno stile teso, denso di riferimenti lessicali e stratificazioni culturali da cogliere o semplicemente da presagire. Ci si può divertire così a isolare i richiami alla Grande Narrazione della Genesi ma è possibile anche lasciare che questi richiami si sedimentino nella lettura per impreziosirne la ricezione e lasciare che anche la nostra fantasia vaghi, molto più libera in questo caso dell’immaginazione della protagonista.

“L’ultima settimana di scuola il periodo più bello per un bambino – spiega Corradini – e ritrovarsi di fronte un sacco di grattacapi non è semplicemente un impedimento, diventa piuttosto un’occasione per cominciare ad imparare che il mondo che abbiamo di fronte si può e si deve cambiare. Quale opportunità migliore?” Corradini che è da anni cultore appassionato della tradizione ebraica alla quale ha dedicato diversi testi, uno su tutti Alfabeto Ebraico, riesce sempre a intessere questi motivi e materiali lessicali così antichi nella sua attività narrativa, perché, come ricorda, nella cultura ebraica la parola non è una convenzione, non usa dei termini così come noi facciamo ad esempio quando diciamo nche la mela è una mela. Per quella tradizione la parola è già sostanza, è qualcosa di organico, qualcosa da  trattare con grandissimo senso di responsabilità perché cosi come si crea con una parola si può anche distruggere quella stessa realtà che proviamo a descrivere”

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