Berlino: 25 anni dopo. L’ultima pagina…

Kohl vor dem brandeburgischenTorBerlino oggi è una città frizzante, giovane, attraente. Decine di migliaia di turisti la visitano ogni anno. Vengono da tutto il mondo e molti di loro amano provare il brivido di camminare per le strade che erano adiacenti il muro. Il ferro che armava il suo cemento è diventato calamita.

Si può anche materialmente calpestare la striscia di asfalto che corre lungo il suo percorso e riporta la scritta Berlin Mauer 1961-1989, date di nascita e di morte, come fosse stato un organismo, una cosa vivente di cui per terra è scritto un ricordino.

E tratti di muro sono ancora conservati, per esempio sulla Potsdamer Platz che per anni è stata terra di nessuno, infestata di mine, cavalli di frisia, sbarramenti, bunker, fossi, filo spinato. Oggi lì brillano i più stravaganti grattacieli contemporanei, come se l’estro degli architetti avesse voluto per forza esagerare, celebrare una festa di eccessi e di inventiva.

Le ferite della storia, ragazzi, i destini di quei tanti uomini e donne che tentarono la fuga e soprattutto di quelli che lasciarono la vita nella striscia della morte non sono però dei semplici fantasmi del passato e non solo per le targhe e le croci che qua e là ne ricordano i nomi. Berlino conserva la propria storia nelle sue viscere e non vuole che le sue tracce siano solo materiale per emozioni turistiche. A Berlino si parla, si ricorda e si celebra, d’accordo; ma soprattutto si analizza ciò che è stato, si rivolta il passato come una terra da arare in modo che rimanga fertile.

E in quella terra c’è il seme dell’immaginazione di questi uomini, il cui progetto di un’altra vita non si è certo esaurito nell’attimo, nei minuti o nelle ore dell’impresa, ma è rimasto con loro per sempre. Tante storie che hanno fatto la storia. E sono proseguite oltre il Muro.

Quella di Harry Deterling, ad esempio, il macchinista che guidò il suo treno oltre il confine. Una volta scampato all’Ovest fu ancora perseguitato dagli agenti della Stasi. Così cambiò residenza più volte e fu posto sotto tutela della polizia. Mentre ancora si trovava nel centro di raccolta dei fuggitivi, una mattina, ricevette la visita di una donna che lo avvertì del tentativo messo in atto dalla Stasi di rapire uno dei suoi figli. Era la moglie di un agente, ma era una mamma e una cosa simile non poteva tollerarla. Oggi Harry con la famiglia vive vicino al lago di Costanza, ma soprattutto ha provato l’emozione di guidare di nuovo un treno su quella tratta berlinese e ripassare quel confine.

Chi anche è ritornato, ma stabilmente, nella ex Germania est è la famiglia Strelzyk, una delle due che fuggì in pallone. Possneck era casa nostra, dissero, perché non tornarci? Gunter e i suoi invece sono rimasti all’Ovest. Assieme al pallone, che è in bella mostra oggi al museo di Naila, la località del funambolico atterraggio.

Una bella carriera, forse non trionfale come sperava, l’ha fatta invece nella Germania Ovest Axel Mitbauer, l’uomo pesce che pochi mesi dopo la fuga conquistò l’oro nella staffetta 4 x 200 stile libero ai Mondiali di nuoto del 1970. Purtroppo per lui un infortunio muscolare gli impedì di partecipare alle Olimpiadi di Monaco ’72: probabilmente il destino non lo voleva su un podio olimpico.

Meno bene di tutti è andata a Horst Klein, il trapezista notturno, che l’anno seguente la fuga ritornò all’Est su invito della sua fidanzata, ma all’appuntamento trovò la polizia e si fece sette anni di prigione.

Che dire, poi, dei ragazzi del Tunnel ’57, gli universitari che organizzavano le fughe per portare al di qua del Muro il più alto numero possibile di uomini? Wolf è diventato pilota e ha lavorato alla Lufthansa, ma anche Reinhard Furrer aveva la passione del volo, una passione che l’ha portato ai massimi livelli, ha infatti partecipato a una missione della navetta Shuttle, l’Enterprise, nel 1985. Quella passione, però, Reinhard l’ha pagata con la vita, in un incidente su un ultraleggero dieci anni dopo, nel 1995. Più amaro di tutti è stato il destino di Christian Zoebel, quello che sparò nella notte in cui venne scoperta la fuga del Tunnel dagli agenti della Stasi. Accusato ingiustamente dell’uccisione di un poliziotto dell’Est è stato riabilitato da un’inchiesta federale nell’anno 1994. Peccato che Christian, diventato tra l’altro un ottimo medico, era morto di tumore qualche anno prima.

Fritz Berger, il professore di scienze che si travestì da soldato russo ha continuato a insegnare all’Ovest, l’economista Heinz, quello della fuga sul filo ha preferito far perdere le proprie tracce, del resto quella borsa caduta dalla teleferica artigianale diceva molto di lui, forse troppo, alla polizia dell’Est.

Anche dei due poliziotti fuggiti insieme nel fango di una sera d’autunno non si sa più nulla di preciso. Anche l’intervista da cui è tratta la loro storia è stata rilasciata sotto generalità fittizie.

Walter concluse questo appunto con un sospiro. Forse per i ragazzi sarebbe risultato noioso, eppure lui sperava che potesse magari interessare qualcuno. Poteva avere la funzione dei titoli finali, quelli che nei film non finiscono mai e li guardi con la coda dell’occhio mentre esci dalla sala. Ma il suo era un omaggio alla vita, a quelle vite messe in gioco e alla fine riconquistate. Era tutta un ‘altra cosa, certo. Nel dubbio lo lascio qui in fondo, pensò.

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