Boyhood: un film che si guarda come la vita

boyhood locandinadi Enrico Truffi

Non si allontanava troppo dalla realtà, Hitchcock, quando diceva che un film è come la vita con le parti noiose tagliate. Uno dei sogni più frequenti nella storia del cinema è quello di riuscire a catturare la vita nel suo svolgersi, attraverso i suoi fenomeni quotidiani, e sono peraltro numerosi gli esperimenti compiuti in tal senso; in particolare già Truffaut aveva avuto l’idea di filmare, in diversi film distanziati nel tempo, varie fasi della vita di un personaggio, Antoine Doinel: dall’adolescenza ai trent’anni. Lo stesso regista di Boyhood, Richard Linklater, tenendo presente Doinel, aveva già diretto una trilogia (Prima dell’alba, Before Sunset e Before Midnight) che segue le vicende di due personaggi, Jesse e Celine (Ethan Hawke e Julie Delpy), attraverso gli anni.

Questa volta, il progetto è diverso: i dodici anni di ripresa impiegati per il film (2002-2014) corrispondono ai dodici anni della vita di un ragazzo, Mason (Ellar Coltrane), nel suo svolgimento tipico, i litigi dei genitori, le serate con gli amici, le visite di un padre biologico un po’ irresponsabile, anche se tutto sommato presente (ancora Ethan Hawke) e le vicende di una madre affettuosa, ma sfortunata nelle scelte dei mariti (Patricia Arquette).

Come è inevitabile, data l’idea di base dell’opera, gli attori coinvolti (si segnala pure la presenza della figlia del regista, Lorelei Linklater, nel ruolo della sorella di Mason), invecchiano naturalmente per la durata del film, ed è normale perciò pensare di trovarsi davanti ad un film rivoluzionario, dalle grandi ambizioni. Nonostante per certi versi ciò sia vero, non è così che lo concepisce Linklater; infatti, appena le immagini scorrono sullo schermo, quasi si dimentica l’esperimento cinematografico e ci si abbandona alla visione così come ci si abbandona alla vita stessa, senza soffrire minimamente la lunga durata (la proiezione dura quasi tre ore). Il trucco del film è quello di ricorrere a situazioni quotidiane, piccoli episodi della vita di ognuno: i dialoghi non vogliono persuadere o dimostrare tesi, ma sono puri estratti di discorsi che un adolescente farebbe a quindici anni. Secondo lo stesso criterio vengono scelti eventi che non hanno nulla di eccezionale, come una festa di compleanno o una gita a un lago, e si cerca di evitare scene madri facendo comunque intuire i grandi avvenimenti. L’intento del film, infatti, non è di commuoverci né di dimostrare i cambiamenti sociali degli ultimi dieci anni, ma farci riflettere sul tempo che passa, e in un certo senso sulla nostra stessa vita.

Così facendo il film evita uno stile documentaristico, e senza la pretesa di avere verità in tasca, riesce, man mano che ci si inoltra nella visione, ad avvicinarsi ai misteri dello scorrere degli attimi, proprio perché il tempo della realtà si riversa nel tempo della finzione: in tutti gli anni della lavorazione di Boyhood molte cose sono cambiate, il regista ha avuto modo di riflettere sull’andamento dell’opera, e gli attori hanno avuto modo di mettere nel film le loro esperienze, vissute di pari passo con i loro personaggi ( in alcuni dialoghi si percepisce una libertà di improvvisazione). In questo modo Boyhood si trasforma indirettamente in una riflessione sul rapporto che sussiste fra arte e vita, in quanto si tratta di un’opera indissolubilmente legata alle vite di coloro che l’hanno portata avanti, e nonostante proprio per questo sia un film in continua evoluzione, il suo pregio è quello di rimanere una creazione unitaria e coerente, che al di là del suo sperimentalismo riesce a trasmettere un messaggio sincero allo spettatore.

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