L’atipico Bach di Ramin Bahrami

bach_shadesdi Filippo Simonelli

Rahmin Bahrami è un genio.

Quantomeno, ha tutte le possibilità per diventarlo. Già perché riuscire a tirar fuori qualcosa di nuovo da spartiti come quelli del Kantor che hanno tre secoli di storia (e di memorabili esecuzioni) sulle spalle è un’impresa che non riesce a nessuno delle migliaia che si cimentano in queste sfide ogni giorno. O quasi. Perché per fortuna esistono i geni.

E venerdi sera il pubblico dell’auditorium ne ha avuto prova. Mentre i più festeggiavano il loro halloween, questo buffo pianista iraniano saliva sul palco con un andatura un po’ impacciata, come un pinguino sulla sabbia, spartiti alla mano (cosa piuttosto insolita per un concerto di tale livello), quasi meccanico negli inchini e nei gesti di rito. Chi come il sottoscritto non lo aveva mai visto suonare dal vivo, ha vissuto attimi di smarrimento: come può questo personaggio far rivivere la precisione trascendentale di Bach?

Il primo movimento della suite BWV 832 che si è irradiato nella sala così vigorosamente ha subito messo da parte ogni perplessità: nonostante (forse) una leggera sbavatura nella “Allemande”, il fluire compatto e limpido di ciascuna voce ha reso questa prima esecuzione già memorabile di suo. Dopo la Suite è giunto il momento delle “invenzioni a due voci” : l’equilibrio di ciascuna voce e la resa perfetta dell’idea contrappuntistica Bachiana hanno reso l’esecuzione memorabile a differenza di qianti spesso ne esaltano esclusivamente il carattere didattico (comunque presente nelle intenzioni originali di Bach). Forse il punto più alto del concerto però è stato toccato con la suite BWV 998, originariamente scritta per liuto, ma questo giudizio potrebbe essere condizionato dalla simpatia istintiva di chi scrive per i cordofoni. Brillante, comunque, nella resa che ben si addice all’ambizioso proposito compositivo dell’opera e si diffonde in tutti e tre i movimenti.
E infatti le espressioni a tratti più rilassate del maestro, specie durante l’esecuzione della Fuga, corroborano questo giudizio. Naturalmente l’esecuzione, completata dalle “Sinfonie o invenzioni a tre voci”, dopo un meritatissimo applauso è stata seguita da due Bis particolari: il primo , a mo di omaggio ai suoi natali, è stato l’arrangiamento pianistico della “marcia Persiana” di Strauss figlio, il secondo invece l’Aria dalla suite orchestrale BWV 1068, nota con il nome di Aria sulla quarta corda, dedicata al maestro Claudio Abbado.

A questo punto passare in rassegna ciascuna singola invenzione potrebbe essere ridondante; inoltre un giudizio del genere potrebbe essere dato in maniera inadeguata da un non pianista come il sottoscritto. Un piccolo dettaglio che può essere trattato invece in maniera più leggera è il modo in cui si pone suonando Bahrami. Il pianista iraniano si lascia infatti letteralmente trasportare dalla musica: a tratti ondeggia , si muove , si agita , quasi saltella sul seggiolino, e a volte, da buon aspirante Glenn Gould, canta la melodia, ed alla fine di ogni pezzo congiunge le mani in un’ampio movimento quasi di preghiera e ringraziamento rivolto al suo benevolo protettore Johann Sebastian, che a quanto pare gli sta offrendo un’ottima protezione.

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