Dialetto ? No, grazie!

imagedi Elvio Calderoni

Il dialetto, Italia, 2014.

Contestualizziamo: il degrado sociale, culturale, economico e politico del paese è tale che anche una banale conversazione venata più o meno pesantemente si fa connivenza con quel degrado. Eh, sì, c’è bisogno di uscire dal pantano, voglia di riferimenti forti, alti, di orizzonti non globalizzati, per carità, ma che abbiano un respiro almeno nazionale questo sì.

Son passati più di 150 anni dall’Unità d’Italia ma linguisticamente le varietà dell’italiano sono molteplici: un segno preoccupante di conservatorismo, di nessuna evoluzione, che profuma di arroganza, di chiusura, di autoreferenzialità.

Si sente il comodo dialetto echeggiare nei bar come nelle strade fino alle scuole. Invade lessico, prosodia e abitudini dei ragazzi, si ferma sovente in sala professori, dove magari l’uso dello stesso “fa festa” per le migliaia di fuorisede che rendono il pendolarismo uno stato di cose diffusissimo.

Ma dov’è lo sforzo? Dov’è la curiosità? Non c’è nulla di sanguigno o di espressivo in questo ritorno del dialetto. C’è soltanto un “secondomanismo” di allarmante fissità, un non rispetto, quando una non conoscenza, della norma che somiglia troppo, ahimé, alla scarsa professionalità che alberga in troppi settori.

Il comodo, l’utile, il “va be’, è uguale”.

No, non è uguale affatto.

La norma esiste e permette una comunicazione tra pari.

Ed è assai più democratica del dialetto, che continua ad invadere un codice, quello delle parole parlate, che dovrebbe essere condiviso.

Altrimenti esistono i gesti, la mimica, il corpo.

Per le parole è necessario, in Italia come nel resto del mondo, un comune sentire che il dialetto non può dare.

La parola scritto/ parlata è oggi, più che mai, in gestazione, in continua evoluzione. Tutti scrivono, da vent’anni almeno ( mi riferisco all’overdose di messaggi scritti venuta fuori dal web ). Compiendo errori di ogni sorta. Errori che nel parlato, purtroppo, vengono sovente perdonati, o non segnalati, o nemmeno sentiti come tali. Ebbene, come esiste l’ortografia, esiste anche la dizione. E ogni dizionario ci aiuta nella selva di e chiuse e o aperte, esse sorde e zeta sonore. Da una conversazione può partire la cura verso l’altro. La preoccupazione di farsi intendere e non quella di imporre un proprio sistema di usi e costumi. La lingua è da sempre una spia della personalità: quanto ci facciamo influenzare dall’ambiente? Quanto ascoltiamo gli altri? Quanto conta il parere degli altri su di noi? Quanto ci interessa farci apprezzare? Quanto vogliamo migliorare noi stessi?

Spiacente ma chi usa il dialetto quotidianamente e con intenti comunicativi ( non ironici, non artistici ) è lontano mille miglia da questo assunto, ovvero quello di provare a migliorarsi e ad entrare in empatia con l’altro. L’altro inteso come lo sconosciuto, non il compagno di giochi col quale è facile riconoscersi nel nostro sistema di suoni e fonemi, usi e cultura.

L’altro va cercato.

Lo vogliamo trovare col dialetto?

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