Berlino: In fuga dal Muro. Ecco come inizia una delle storie

Berlino COP (3)E’ stato il simbolo della Guerra fredda, la ferita esposta della divisione del mondo nei due blocchi. Il Muro di Berlino è caduto 25 anni fa. Esattamente il 9 novembre del 1989. Ma era rimasto in piedi per oltre 28 anni dal 13 agosto del ’61. Alla sua ombra avevano vissuto, sofferto e sperato migliaia di uomini. Un confine invalicabile che separava coppie e famiglie, amicizie, affetti e di fatto spezzava una catena di rapporti che riguardava migliaia di vite. Molte di queste vite tentarono il riscatto attraverso l’unica via possibile: la fuga. Con tutti i mezzi possibili. Passaporti falsificati, macchine e camion lanciati a tutta velocità, travestimenti, palloni aerostatici, tunnel sotterranei. Uno di questi venne costruito vicino a un cimitero. E proprio da lì inizia la storia, una delle tante che ho raccontato nel mio libro “Berlino Fuga dal Muro”

A prima vista potrebbe sembrare il set di un film dell’orrore. E’ sera. Una sera nebbiosa d’autunno; le ultime ombre si allungano sull’erbetta rada del cimitero. In fondo al praticello, nei pressi di una tomba con la lapide lucida e scolpita di fresco sono rimaste solo cinque persone. Tre uomini rigorosamente in nero, due donne velate. Hanno appena deposto una corona di fiori pallidi e infreddoliti. Ora sono fermi in silenzio. Potrebbe essere che stiano recitando una preghiera, l’ultimo saluto al defunto.

In realtà non c’è una fibra del loro corpo che non sia in tensione. In una quiete apparente. Anzitutto ascoltano: il rumore dei passi del poliziotto si sta affievolendo. Hanno visto il berretto al di sopra della recinzione del cimitero scorrere come una vela su un mare immobile. Lui guardava avanti e camminava tranquillo. E perché mai dovrebbe controllare per l’ennesima volta quello che accade all’interno di un cimitero, per di più all’ora di chiusura? Anche se si trova lì a un palmo da quel muro che deve sorvegliare, Hans oramai si è finalmente rilassato.

Tra poco finirà il suo turno e potrà tornare a casa. Ha appena vent’anni e anche se non capisce bene il perché di quel confine che sta pattugliando da prima di pranzo, sa che deve farlo, che deve proteggere il suo spicchio di città dove comunque la sera troverà una casa, e in cucina il Gulasch fumante nel piatto e poi una stanzetta comoda dove dormire il sonno del giusto. Gliel’hanno detto e ripetuto: il futuro sarà suo perché lo Stato sta pensando a tutto e il sole dell’avvenire splenderà anche a Berlino, soprattutto a Berlino.

Una delle due donne che Hans avrebbe potuto vedere se solo avesse voltato lo sguardo qualche istante prima non la pensa esattamente così. Lei pensa solo a scappare e il suo futuro vuole costruirselo da sé assieme all’uomo che ha sposato solo qualche mese prima.
Era il 5 agosto quando Anne e Lothar si sono detti sì, promettendosi un avvenire forse meno trionfale ma sicuramente da vivere insieme. Per sempre. Lui abitava ad Ovest lei ad Est, ma avevano fatto tutte le pratiche necessarie, compreso il permesso ufficiale per trasferirsi dall’altra parte della città, quando il Muro ancora non c’era e il presidente pochi giorni prima aveva escluso che ci fosse la benché minima volontà di costruirne uno.

Così la mattina di quel tredici agosto erano a casa dei genitori di lei, per sbrigare le formalità restanti e portar via quelle ultime due, tre cose: la cassapanca della nonna, il servizio buono regalatole dallo zio, il bambolotto con cui Anne giocava da bambina e che avrebbe un domani regalato a una figlia da vestire di rosa il primo giorno di primavera e andare poi a spasso mano nella mano sotto il viale dei Tigli.

Li avevano fermati all’angolo della Bernauer Strasse. Gli avevano detto che c’era la guerra, che la città era in stato d’assedio e lei non poteva passare dall’altra parte. Fine della corsa. E del sogno. Del resto, era normale che durante una guerra le coppie rimanessero divise. Era successo così tante volte nella storia.

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