Ricordare Ingeborg Bachmann rileggendone la poesia

ingeborg_bachmann-d114Una donna e una scrittura vissute nel centro di una tensione: la tensione tra il possibile e l”impossibile, tra ciò che si vede e ciò che ci è dato di immaginare. Questa caratteristica della poetica di Ingeborg Bachmann, la grande scrittrice austriaca morta a Roma nel 1973, traspare anche nella apparente disperazione di questa raccolta di poesie dal titolo Non conosco mondo migliore, pubblicate alcuni anni fa da Guanda. Appartenenti al lascito dell”artista presso la Nationalbibliothek di Vienna le liriche sono state raccolte ed editate dalle sorelle della Bachmann e risalgono in gran parte al triennio tra il 62 e il 64 che Ingeborg trascorse tra Zurigo, Berlino e Roma.
C”è molta riflessione, tormento esistenziale accanto a note diaristiche, osservazioni di vissuto come spigoli scintillanti di resistenza dell”anima al flusso delle giornate, la testimonianza di una radicale invincibilità dell”umano che somiglia a quella di Giobbe sconfitto ma fiducioso in una redenzione al di là della vita e della storia. Vengono in mente alcune delle parole formulate dalla Bachmann in un discorso del 1959, un testo di ringraziamento per un premio in cui si soffermava sul rapporto tra uomo e dolore e sulla possibilità che esso sa offrire di rivedere il mondo con occhi più profondi, allenati dall”esperienza che coniuga visione e immaginazione

“Perché noi tutti vogliamo diventare vedenti. E solo dopo aver provato quel dolore segreto possiamo sentire (in modo diverso) ogni esperienza, ed in particolare quella della verità. Quando giungiamo a questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l”arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, i nostri occhi si aprano.

Lo scrittore – e anche questo è nella sua natura – è rivolto con tutto se stesso ad un Tu, all”uomo al quale vorrebbe far giungere la sua esperienza degli uomini (o la sua esperienza delle cose, del mondo e del suo tempo, sì, anche di tutte queste cose insieme!). Ma soprattutto egli vuole che giunga la sua esperienza dell”uomo che egli stesso o altri possono essere nel momento in cui sono al massimo grado uomini. Con tutti i sensi vigili, egli cerca di delineare la forma del mondo, i tratti dell”uomo in questo tempo. (…)

Perché in tutto quel che facciamo, pensiamo e sentiamo vorremmo talvolta giungere fino al punto più estremo. In noi si sveglia il desiderio di oltrepassare i limiti che ci sono imposti. Ma, all”interno dei limiti, abbiamo lo sguardo rivolto a ciò che è perfetto, impossibile, irraggiungibile, che sia nell”amore, nella libertà o in qualche altro valore puro. Nel contrasto tra possibile e impossibile ampliamo le nostre possibilità. E secondo me ciò dipende dal fatto che noi stessi produciamo questo rapporto di tensione che ci fa crescere; che tendiamo ad una meta che veramente si allontana ogni volta che noi ci avviciniamo ad essa(…)
perché la nostra forza è più grande della nostra sfortuna, che, anche se privati di molto, si riesce a rimanere in piedi, che si riesce ad essere delusi, che cioè si riesce a vivere senza farsi illusioni. Credo che all”uomo sia concessa una specie di orgoglio, l”orgoglio di chi, nella buia prigione del mondo, non si dà per vinto e non smette di cercare ciò che è giusto”

Ecco, per concludere la brevissima ma intensa lirica Cimitero Ebraico che compare in questa raccolta “Non conosco mondo migliore”. Una solidarietà, quasi una sintonia segrerta tra le pietre, l”elemento più ottuso e inanimato della natura che regala la consolazione della luce anche a chi si aggira tra le tombe di un cimitero

Cimitero Ebraico

Bosco di pietra, niente tombe eccellenti, niente per mettersi in ginocchio
E per i fiori niente. Sono così serrate lì le pietre, come
Abbracciate l”una all”altra, nessuna si può pensare senza l”altra,
e concedendo ai vivi un palmo per passare,
senza lutto. Chi raggiunge l”uscita, non ha la morte
ma il giorno nel cuore.

Ingeborg bachmann
Non conosco mondo migliore
Guanda, 2010
294 pagg. Euro 9,50

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