Alcune considerazioni su un Nobel inatteso

ModianoIl Nobel per la letteratura di questo inizio di Millennio ha spesso sorpreso gli addetti ai lavori. Se guardiamo alla sequenza degli ultimi anni troviamo quasi sempre  autori non pronosticati che imboccano nel semianonimato la via per Stoccolma. Le Clezio nel 2008, Hertha Mueller nel 2009 e ieri Patrick Modiano sono gli esempi più eloquenti dello sconcerto generato in editorialisti, esperti, commentatori che fino a qualche minuto prima si erano divertiti con hashtag e previsioni da bar sport; specialisti esclusi ovviamente.

E questo è il punto. E’ forse tempo di capire che la repubblica delle lettere, se mai è esistita, è una metafora assolutamente inapplicabile al mondo editoriale e letterario in senso stretto. I suoi confini indistinti, la sua densità imprecisata, le sue capitali ignote.Il continente cui appartiene chi scrive è talmente mal coperto dalle cartine tradizionali da sfuggire ad ogni tentativo di mappatura esauriente. In un mondo che si sfilaccia sempre più in riferimenti e simbologie, nel fracasso dei media che irradiano prevalentemente la superficie dei fenomeni abbondando in narrazioni estemporanee, questi Nobel inattesi sono allora una mano santa, un invito a volere di più, ad approfondire di più, a specializzarci o a ricorrere più frequentemente a chi specialista davvero lo è, a renderci conto insomma che un autore da 4.000 copie può essere migliore e più interessante dei soliti noti e non solo perché lo afferma un recensore snob.

Invece di inanellare geremiadi sul mancato riconoscimento al nostro favorito di turno, invece di sollazzarci tra di noi con sussiego e degnazione declinando frasi del tipo “ma quando ne faranno uno che abbiamo letto?” bisognerebbe ripartire dalla necessità di leggere fuori dai diktat sterili e autoprodotti del nostro orticello di salotti o contatti facebook, fuori dal “detto tra noi” perché ci riteniamo i competenti, scoprendoci invece orfani del demone della ricerca, dello spiazzamento culturale che dovrebbe essere la molla di chiunque fa questo mestiere.

Io personalmente faccio mea culpa. Quando venne proclamato Le Clezio ebbi la stessa reazione che oggi critico, per poi scoprire un romanziere superbo, profondo, mai compromesso con la ricerca dell’effetto, ma attento a scandagliare “l’anima del vasto mondo”. Uno che certo non ha nulla da invidiare all’ancora una volta trombato Philip Roth, anzi.

Sarà un caso che quanto più l’intellighentsia del mondo delle lettere proclama la supremazia americana nel romanzo (lo disse apertis verbis David Remnick qualche anno fa) tanto più a Stoccolma valorizzano le apparenti periferie di quel mondo ? Ernesto Franco, che certo come Einaudi trova il quarto successo in cinque anni (chapeau,) ci ricorda che Modiano vendeva in media 4.000 copie a libro, una quota che di norma relega l’autore in una fascia di assoluta mediocrità di mercato. E aggiunge “E’ uno di quei casi in cui valore commerciale e letterario non coincidono”. E ben vengano di queste incongruenze. Starà allora a chi si occupa di divulgare la bellezza evitare questa doppia ambiguità: stracciarsi le vesti per le vendite da capogiro della starlet televisiva di turno epoi  ostentare superiorità e degnazione ogni volta che Stoccolma ci stupisce con una qualità che non sospettavamo esistesse.

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