Roncaglia: di cosa parliamo quando parliamo di disintermediazione

roncagliaLa parola è difficile anche da pronunciare, e anche il concetto che c’è dietro va chiarito bene. Ha provato a farlo con la consueta chiarezza e competenza Gino Roncaglia, docente all’Università della Tuscia, studioso tra i più attenti alla delicata transizione digitale che caratterizza (anche) il mondo editoriale. Intervenendo al Salone del Libro di Torino, Roncaglia ha avviato la sua riflessione da un dato sostanzialmente condiviso e quasi lapalissiano. “Bisogna anzitutto capire che nei processi di apprendimento vi sono da sempre risorse differenziate, strumenti e supporti di diversa tipologia. Questo vale anche per il digitale che va ad aggiungersi agli strumenti tradizionali. E’ evidente che alcuni rimarranno ed altri no.”

C’era una volta “il libro di testo – ha proseguito -che doveva essere punto di riferimento assoluto e valeva per ogni ambito. Eppure già da molti anni c’erano anche professori che portavano il giornale in classe, una classica risorsa integrativa che aiutava nel percorso di apprendimento della realtà”.

Guardando al panorama attuale “le risorse integrative si sono moltiplicate: c’è youtube, ci sono siti e blog, lezioni registrate online, c’è insomma un universo molto differenziato, che è spesso visto come ‘un calderone indifferenziato’. In realtà – ha aggiunto Roncaglia – molte di queste risorse si propongono di fare quello che faceva il libro di testo, altre semplicemente di essere integrative.”

Non si dovrebbe fare lo stesso errore che venne fato dopo le polemiche sui libri di testo degli anni ’60. “Allora si pensò che per superare testi molto spesso retorici, e autoritari bisognava accumulare risorse offrendo a studenti e insegnanti un menu troppo ricco proprio perché lo si voleva costruire come politically correct. La ratio era ‘offriamo molti materiali, ma si finì  invece “per realizzare cartelline immense di testi e apparati”.

Ora, “il digitale può fare benissimo quello che faceva il libro di testo e offrirsi come narrazione, come riferimento curricolare destinato allo studente. Ma accanto c’è il mondo di risorse che si possono pescare dalla rete in tutta libertà”. Chi costruisce questi materiali deve “sentirsi libero di spaziare” così come chi ne fruisce, per quanto riguarda invece il “filo conduttore – ha concluso Roncaglia – lì la mediazione editoriale deve rimanere. perché la mediazione serve quando richiede qualcuno che sappia manipolare la complessità. E l’editore da questo punto di vista è colui che assolve a questa funzione accanto alle necessarie abilità nella programmazione, nell’organizzazione di risorse di qualità, nell’acquisizione di dirittii”. Tutto questo non si può fare gratis, comporta “un costo e richiede precise professionalità”.

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