Il Pellegrinaggio

vallepietradi Marco Maresca

Erano gli inizi del Duemila, e venivo da Roma. Avevo deciso di partecipare all’annuale pellegrinaggio al santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, unendomi alla compagnia del mio paese d’origine, Contremoli. Quattro giorni a piedi attraverso paesi, colline e valli dei monti Simbruini, fino alla piccola meta incastonata in uno sprone roccioso del Monte Autore. A quell’epoca non ero molto credente, e credo che oggi lo sono ancora meno. Però un incontenibile desiderio di pace mi aveva spinto a rifare quel cammino che tante volte, da ragazzo incosciente, avevo fatto, nell’intima convinzione che il mio spirito cercatore ne avrebbe potuto trarre giovamento. Eravamo a metà del percorso.

La sera era fresca e piacevolmente profumata. Anche il leggero odore di fumo, che di tanto in tanto giungeva trasportato dalla brezza, contribuiva a rendere gradevole quel momento. Pensai che a Roma quelle sensazioni mi erano quasi ovunque negate. Eppure, prima della mia partenza, era stata proprio quella la mia normalità, il mio respiro quotidiano. E allora, pensai, come avevo potuto andarmene da lì? Com’era stato possibile che la ricerca ossessiva del benessere e del progresso mi avesse spinto ad allontanarmi da quei luoghi? Cosa ne avevo guadagnato? Respirai profondamente quell’aria che sentivo profondamente mia.

La signora Domenica, la responsabile della canonica che ci aveva accolti per la notte, si accorse delle mie riflessioni e, pur non sapendo su cosa stessi riflettendo, mi disse materna:

– Signor Martino, lo sa che mio figlio ha più o meno la sua età? Adesso sta a Londra. Fa il cameriere in un grandissimo albergo. Parla quattro lingue. Lavora tanto, sa? Lavora per mantenere la famiglia. Mi ha chiamato stamattina e mi ha fatto gli auguri per la festa della Trinità. Perché, dice, non sa se mi potrà chiamare domenica, dato che ha una cerimonia importante…

Poi smise di parlare e iniziò a fissare il cielo. E mentre guardava le stelle non si accorse che la luna, ormai quasi piena, aveva deciso di rivelare la solitudine di una vecchia mamma riflettendosi su una lacrima che, discretamente, come una stella cometa, aveva iniziato a solcarle il viso.

Lasciai con un nodo alla gola la signora Domenica e mi diressi verso il campo dove gli altri pellegrini avevano allestito il falò. Erano già tutti seduti attorno al fuoco e cantavano una canzone da oratorio. Suor Anna, una delle due suore della compagnia, con una magnifica chitarra acustica a dodici corde degna del grande Leadbelly accompagnava quel canto dalla melodia garbata. Suor Lara, seduta al suo fianco, con voce squisita dirigeva le voci più o meno intonate degli improvvisati ma entusiasti cantori.

Dopo il canto ci fu un momento di silenzio. Solo il crepitio del fuoco, col suo ritmo imprevedibile, restò a dar voce a quella sera di campagna. Pur se incuriosito dalle espressioni che si leggevano nei visi dei miei compagni di viaggio, da quei volti tutti uguali nelle loro pose meditative, non potei fare a meno di trasformare mentalmente la scena in una scenetta tragicomica. Il riflesso delle fiamme che schiariva i presenti, la montagnola alle nostre spalle e il piccolo agglomerato di case da un lato, creavano un’atmosfera un po’ tetra che non esitai, approfittatore di arte quale ero e sono, a definire alla Goya. E non tardò a girarmi nella mente l’idea che da un momento all’altro potesse spuntare dal buio uno striminzito plotone d’esecuzione seriamente deciso a far fuoco su di me, novello Principe Pio, colpevole di miscredenza.

Fu don Mauro a fermare sul nascere quella stramba esecuzione.

– Amici, fratelli, la bellezza di questo momento ci ispira senza dubbio buone riflessioni. E io vorrei condividerne con voi una che porto nel cuore. Se io chiedessi a ognuno cosa pensa della Trinità, certamente otterrei risposte orientate verso definizioni dogmatiche; qualcuno proverebbe a rimaneggiare antiche nozioni del catechismo tipo “un solo Dio in tre persone”, magari servendosi della matematica con l’operazione 1x1x1=1 in opposizione a 1+1+1=3. Ma vi chiedo: quanti di voi, al solo sentir pronunciare la parola Trinità, hanno un sussulto interiore? Quanti si sentono intimamente attratti verso questo mistero? Quanti cercano continuamente di penetrarlo, di sentire una briciola della verità contenuta in esso? A quanti ancora il sentir pronunciare Trinità instilla tanta gioia interiore da non poterne contenere altra? Sono certo che ognuno di noi, per comodità intellettuale, forse per pigrizia spirituale, evoca senza grossi problemi sia il Padre sia il Figlio sia lo Spirito Santo, separatamente. Uno alla volta, forse anche due alla volta. Ma chi intraprende la fatica di cercare l’unione perfetta dei tre? Chi apre il cuore all’immensità della Trinità e lascia sconvolgere la sua vita da essa? Amici, fratelli, noi oggi siamo qui perché il mistero della Trinità ci ha chiamati, per vie diversissime, a compiere un cammino. Lasciate che questo pellegrinaggio si trasformi nella metafora di un cammino ben più importante, verso la sorgente di tutto.

Gli occhi di don Mauro, illuminati a tratti dai bagliori del fuoco, erano più infuocati del fuoco stesso. Mi colpì la convinzione sincera per quello che diceva. In quel momento invidiai la sua sicurezza, quella che non ero mai riuscito a raggiungere.

– Quanti di voi – continuò – riescono a comprendere che è l’amore che lega insieme, che unisce le tre persone della Trinità, e che è lo stesso amore che in questa sera ci tiene uniti davanti a un fuoco ad ascoltare un prete che parla d’amore? Vi chiedo una cosa sola: approfittate di questo cammino per ritrovare l’amore, che troppo spesso si nasconde dietro incomprensibili dogmi o schematiche definizioni.

Seguì il silenzio. I pensieri di tutti, ne ero certo, stavano scavando nelle parole del sacerdote. Io ascoltavo quel silenzio, alla ricerca di un punto di contatto, di uno spiraglio. Ascoltavo e guardavo il fuoco.

Suor Anna, su comando di don Mauro, iniziò a far vibrare con dolcezza le dodici corde della chitarra arpeggiando una melodia che si intonava perfettamente con quel momento. Una melodia che parlava di pace.

Rimanemmo così, in quello stato di quiete che agli altri doveva sembrare così simile al mistero di Dio e che per me era solo una delle tante occasioni di rimpianto, autocommiserazione, rabbia. Mi sentivo triste.

Dopo un po’, però, successe qualcosa di inaspettato. Senza volerlo mi accorsi che le mie emozioni iniziavano a diradarsi, a convergere verso il basso. Si allontanavano una alla volta senza che potessi fare niente per trattenerle. Nella mia mente, come riflesso dei miei occhi, rimase solo il fuoco. Come un punto caldo e luminoso che si infrangeva nell’oscurità alimentandosi nella mia anima. Contemplai incuriosito quello stato interiore e mi lasciai cullare da esso. Nessuna illuminazione, nessuna rivelazione, nessuna intima trasformazione. Nessun pensiero. Solo un senso di pace che nasceva da dentro e saturava quel momento. Durò poco, ma faticai a riprendere possesso di me. E a pensare, con una piccola, sorridente, agnostica speranza, che basterebbe chiamare Dio quella pace appena provata per essere felici. Ma, ancora sorridendo, pensai che probabilmente non avevo ancora imparato a parlare.

 

Il fuoco, non più alimentato, iniziò ad affievolirsi. Ne approfittò la sera, che non esitò a liberare su di noi un alito più intenso di primavera. E la musica in sottofondo, che riprese a parlare di pace.

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