Il traduttore è un calabrone (note a margine di una poesia di Zbigniew Herbert)

HerbertCome un calabrone sgraziato
si è posato sul fiore
piegandone lo stelo flessuoso
si fa largo tra le file dei petali
simili a pagine di un dizionario
tende al centro
dove c’è aroma e dolcezza
e benché raffreddato
e sprovvisto del gusto
si ostina
finché sbatte la testa
contro il giallo pistillo.

e qui è la fine
è arduo penetrare
attraverso il calice dei fiori
fino alla radice
perciò il calabrone esce
pieno d’orgoglio
e ronza sonoro:
sono stato nel centro
a quelli poi
che non del tutto gli credono
mostra il naso impolverato di giallo

Una poesia non è mai una bandiera, un vessillo da sventolare e dietro il quale accodarsi. Credo però che nel caso di questi versi del grande poeta polacco Zbigniew Herbert, chiunque si sia mai cimentato con una traduzione sentirà un impulso quasi fisico di associarsi allo sciame, di prendere il volo con questo calabrone/traduttore. Perché questo volare e posarsi avendo in mente il traguardo di un centro saporoso ma quasi irraggiungibile è il percorso che dalla parola straniera ci conduce verso il centro, all’essenza del concetto da esprimere, calando verso quel quid misterioso di coincidenza tra pensiero e lettera che ci fa dire “ecco…l’ho trovata la parola giusta”. E’ un’ebbrezza, certo, un sussulto di piacere tutto fisico prima che mentale. Come un’impollinazione. Quasi una sorpresa. Sì, perché nell’artigianato della traduzione l’esattezza è quasi la fortunata eccezione, forse l’oasi del miraggio, ma l’approssimazione è la compagna di viaggio, di un viaggio che rende comunque orgogliosi – come il nostro calabrone – di stare assieme allo scrittore, al poeta, all’autore con il quale si cammina verso i sensi del lettore. E così, come per il calabrone, è bello che rimanga in chi traduce una limatura di quelle approssimazioni, che testimonia quanto e quante volte siamo andati vicini a quel centro del significato, meta non sempre raggiungibile, ma la cui essenza misteriosa lascia tracce sul naso di chi scrive e di chi legge.

La poesia è tratta dalla Raccolta “Rapporto dalla città assediata” pubblicata da Adelphi. Traduzione di Pietro Marchesani

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