La trebbia degli studenti

ercoli10di Floriana Simone

Proprio a causa di tutte quelle spighe che simboleggiavano la Resurrezione del Cristo in quei santi giorni di Pasqua e di riposo, si cominciava a parlare di estate e di vacanze che, a dire il vero, a me vacanze non sembravano affatto. Iniziavamo a pensare ad eventuali scuse plausibili, a qualsiasi cosa ci permettesse, anche solo per un attimo, di fantasticare su un’estate al mare, a far nulla, con indosso solo calzoncini e il sudore di una partita a pallone tra amici, poi, chissà perché – e andava sempre così – l’uno iniziava a richiamare all’ordine l’altro, e puntualmente si finiva per litigare.


Il momento del pranzo pasquale era un vero e proprio ragguaglio di mansioni, regole, quantità e tempi. Ma mamma non ne voleva sentir parlare se non dopo aver mangiato le sue scarcelle e sparso come da tradizione, sulla tovaglia della festa, il “sopratavolo”. Ah, quanto ci piaceva, c’era di tutto, noccioline, noci, arachidi, mandorle e si faceva a gara a chi per primo afferrava lo schiaccianoci, anche se poi, ad un solo suo gesto, lo consegnavamo immediatamente nelle mani del babbo, aspettando pazientemente il nostro turno.
Ad un certo punto iniziava con l’elenco degli operai che avrebbero lavorato con noi, la nostra squadra, c’erano i fedelissimi, una decina, e poi gli altri che divideva tra me e mio fratello non so esattamente secondo quale criterio, ma una cosa è certa, io ero più alto e a me toccavano i più grossi. Quando era tempo di raccolta, tutto si mobilitava affinché nulla andasse sprecato, ed è per questo che se avevi la trebbia, e non era cosa da tutti, dovevi controllare che tutto andasse per il meglio, che venisse dato il giusto valore al tempo e che nessuno commettesse errori, ecco perché sulla squadra non si discuteva.
E la Pasqua passava, e le domeniche passavano e noi avremmo volentieri rallentato il tempo, perché a scuola finita ciò che ci aspettava era attrezzarsi e partire. Sì, partire faceva pensare ad un lungo viaggio e per certi versi lo era, ma in realtà ci spostavamo solo di poche miglia dalla nostra casa in paese, nella campagna vicina, tra quelle immense distese dorate dove il sole era maledettamente più caldo e il suono delle cicale assordante. Ed era lì che il fluttuare delle spighe, lento e costante, mutava la percezione del tempo, lì dove tutto nasceva e moriva col sole, e quando si faceva buio non restava che riposare, in qualche modo. Si partiva e non si tornava finché il lavoro non era concluso, non si poteva lasciare incustodito il campo e questo lo sapevamo sin dall’inizio.
Qualche giorno prima della partenza il babbo revisionava la trebbia, il trattore che l’avrebbe messa in moto e il nostro super Landini 50 cavalli. Tutto doveva essere a posto, ma soprattutto tutti dovevamo essere convinti che facevamo qualcosa di grande, che non era solo un lavoro. La nostra, la chiamavano la trebbia degli studenti e questo la rendeva unica.
Così arrivava il 24 Giugno, ricorrenza di S. Giovanni, giorno in cui mio padre festeggiava il suo onomastico e in cui si concludevano tutti i processi che precedevano la trebbiatura: maturazione del frumento, mietitura, carratura e trasporto dei fasci di spighe nelle aie pubbliche e private. La trebbiatura sarebbe durata almeno 45 giorni e per questo non saremmo rientrati a casa prima di ferragosto.
Che viaggio, non si arrivava mai! Le trebbie, circa una ventina in tutto, uscivano dal paese e si incamminavano come lunghe carovane, ognuna verso una precisa zona dell’alta Murgia, viaggiando ad una velocità massima di 4 chilometri orari. Finalmente, dopo 6 lunghe ore di cammino eravamo arrivati, dove? Nel nulla! Grano, solo quello, ovunque!
Così iniziava quasi una gara per conquistare il posto migliore in cui sistemare la nostra branda pieghevole, stendere il sottile materasso e ricoprire con una coperta di lana tipo quelle che si usavano quando si partiva militari. Nel giro di pochi minuti il giaciglio era pronto. Ad accoglierlo c’erano, nella migliore delle ipotesi, locali di fortuna: stalle, granai, forni privi di porte e finestre, dove c’era di tutto e dove poteva entrare di tutto; nella peggiore, ma forse in realtà così non era, quando le masserie erano prive di locali o dove i pochi presenti erano inaccessibili, si dormiva all’aperto sotto un immenso manto di stelle che, fortunatamente, in estate brillano a migliaia nel cielo terso pugliese illuminando lo scenario come luci di un teatro in mezzo alla natura.
Domani si comincia! Gridava qualcuno. E all’imbrunire, dopo aver preparato tutto l’occorrente, ci si metteva a letto. La prima notte era quella in cui proprio non riuscivo a prender sonno, non era cosa semplice dormire completamente vestiti e cercare conforto sotto quelle ruvide coperte, unica difesa da freddo, insetti e animaletti di ogni tipo… Presto però l’abitudine e soprattutto la stanchezza avrebbero preso il sopravvento su tutto il resto e avrei dormito.
All’alba eravamo tutti svegli e dopo un’abbondante colazione a base di mezza pagnotta di pane di Altamura condito con pomodoro, olio e sale grosso, via a trebbiare. Era una vera bontà quel pane, aveva un sapore che non si dimentica, proprio come quello del sole che si leva tra le spighe! Trebbia e gran crivello erano a lavoro, raccolta e smistatura procedevano senza sosta. Anche l’imballatrice iniziava ad avere il suo bel da fare e noi, sempre più scuri in volto, avevamo smesso di contare i giorni e ci godevamo ciò che avevamo, quasi come in uno strano magico patto con la terra. Quel giorno il lavoro andò benissimo eravamo fieri ed anche sotto i suoi baffi intravedemmo un sorriso, io e mio fratello.
I pranzi e le cene a base di pasta e legumi, addolcivano le nostre fatiche e il companatico così come il vino non mancava mai. La domenica si lavorava, perché lì si lavorava sempre, ma la domenica ne valeva proprio la pena, a pranzo si mangiava pasta al sugo e quando il cuoco preparava più di rado, il ragù di “molle elastiche” – così chiamavamo l’intestino di bovino – era festa grande e allora sì che ci sembrava di essere a casa e niente più era un peso.
Persino i serpenti, di quelli che nei campi di grano di certo non mancano, sembravano essersi abituati alla nostra presenza e come rassegnati entravano ed uscivano dalle nostre sacche protagonisti ignari di numerosi scherzi tra operai ricchi di spirito. E il tempo passava e non c’era alcuna difficoltà ormai che non fossimo convinti di poter superare con estrema tranquillità. Così la vita che avevamo lasciato a casa, quella di tutti i giorni, ci sembrava sempre più straordinariamente bella e facile e il solo suo pensiero ci aiutava a non mollare.
Di quel mese e mezzo di duro lavoro, si viveva bene per diversi mesi a seguire, quando si tornava tra i banchi di scuola. Per molte estati fu così, vedemmo numerosi soli e lune levarsi e scomparire all’orizzonte nei campi. Imparammo a capirci con lo sguardo, vedemmo crescere noi stessi e osservammo la terra cambiare con le stagioni. Sentii la mano ferma di mio padre toccare fiera la mia spalla e la distanza tra noi ridursi come d’incanto.
Anche oggi mi sono svegliato pronto a partire con la trebbia, ma sono trascorsi più di quarant’anni da allora, il nostro Super Landini 50 cavalli era esposto ieri in quella fiera di attrezzi agricoli d’epoca, non ci appartiene più, ma il suo motore acceso l’ho riconosciuto ad occhi chiusi.
Quanto vorrei che per pranzo ci fosse il ragù di “molle elastiche”!

Advertisements

6 pensieri su “La trebbia degli studenti

  1. E’ un regalo per chi ha vissuto quell’esperienza che ha raccontato ai figli e che racconta, ancora adesso, ai nipoti. La scrittura,semplice e veloce, ha colto l’essenziale delle diverse e numerose situazioni traducendole in immagini capaci di suscitare emozioni. Brava!

  2. Ancora una volta resto estasiato dalla semplicitá dei contenuti dei tuoi scritti che peró rivelano la profonditá del tuo animo….Brava!!!

  3. …e dopo quarant’anni la mano che si poggia su quella spalla non è più quella del padre ma quella della figlia che, per annullare le distanze, fa sua la vita di quel ragazzo da sempre desideroso di vicinanze!…

  4. Sei stata bravissima………. Papà però, forse ha dimenticato di dirti che durante i trasferimenti della trebbia da una masseria all’altra, non solo ci cuoceva il sole, ma anche il calore proveniente dalla testata del trattore ( per chi lo guidava) . Insomma, una volta giunti a destinazione, eravamo talmente cotti che potevamo essere mangiati. Grazie per avermi fatto rivivere i tempi andati perchè, anche se faticoso, è stato un bel momento della nostra vita e della nostra famiglia e con orgoglio posso dire ” anch’io c’ero” .
    Aldo Tarricone ( Uno degli studenti )

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...