Quello che so sulla Poesia e come l’ho imparato

Stampadi Diego Vitali

Questo testo è una specie di diario della mia esperienza in un festival che si chiama TerniPoesia. La seconda edizione si è tenuta dal 4 al 6 aprile, a cura dell’associazione Gutenberg. Il festival è dedicato alla poesia.

Un festival di tre giorni tutto dedicato alla poesia. Poteva sembrare un’impresa alla Don Chisciotte, o almeno così era sembrato a noi, all’inizio di quest’avventura. Il successo di questa seconda edizione (ancora maggiore della prima, di un anno fa) ci ha fatto ricredere su molti falsi miti. Devi essere un ingenuo (o, come si dice, uno che si fa la festa e se la gode) se organizzi un evento di poesia in una città come Terni, provinciale, cioè poco propensa alla cultura, cioè gretta. Niente di più falso. Tra i tanti luoghi comuni sulla provincia messi in giro da chi abita nelle grandi città (e purtroppo assimilati anche da molti di noi) c’è l’indifferenza per la lettura e le arti, la scarsa propensione agli eventi culturali, la ristrettezza – addirittura alcuni dicono pochezza – mentale. Ci si immagina gruppi di ragazzotti con il piumino e di ragazzette con i tacchi che si affollano a prendere l’aperitivo lungo del venerdì sera – che è vero, ma è solo una parte della verità. E poi che io sappia questi riti si tengono anche a Manhattan.


In realtà le cose non stanno proprio così. Nella mia, come in molte altre medie e piccole città d’Italia, ci sono una miriade di attività, un pulviscolo di piccoli eventi, un arcipelago di associazioni e gruppi. Persone che si danno da fare, creano, mettono in piedi – spesso con niente di più della propria volontà – e aggregano, fanno incontrare altre persone, discutono – a volte in modo acceso, ma che importa? – lavorano duro. Fare cultura dal basso vuol dire partire dalla propria passione e poi spread the voice a pieni polmoni, passare la parola, invitare, insistere. Molte di queste associazioni non hanno neanche una sede in cui riunirsi, eppure riescono a creare mondi. C’è chi fa cinema, chi organizza gruppi di lettura, chi fa teatro o mostre di arte contemporanea, chi fa laboratori per bambini. Si scrivono un mucchio di editoriali pensosi e angosciosi sul futuro dell’editoria, come se le sorti della nostra vita passassero esclusivamente da lì, ma forse sarebbe il caso di occuparsi anche di queste associazioni, che fanno tanto, si vedono poco e non chiedono niente.
Un festival di poesia, dunque. Si potrebbe riaprire l’annosa questione dell’utilità di questa forma espressiva nel mondo di oggi. Non mi va. Posso solo dire, in base alla mia esperienza unica e irripetibile, che ci sono persone che ne hanno sete. Essere assetati di poesia, di parole che traccino una direzione, che squarcino il velo di Maya dei giorni, di domande coraggiose, di risposte inaccettabili, scandalose.
Tre giorni sono pochi, ma possono dilatarsi fino a diventare un microcosmo. Tre giorni di parole date e scambiate, di attese, di incontri con persone straordinarie, di avventure con meravigliosi compagni di viaggio, di applausi, di bicchieri e ancora parole. E alla fine è questo che conta, almeno nell’idea che mi sono fatto di ciò che è stato: quello che si è barattato, gli incontri lungo la strada, le mani strette o solo sfiorate, i sorrisi.
Nei giorni che avevano preceduto l’evento, assorbito e drenato dai compiti di ufficio stampa e organizzatore, mi ero sentito un po’ allontanarmi dal cuore pulsante delle parole. Ripetere le stesse frasi più e più volte, per quanto uno cerchi di suonare sempre originale e autentico, implica un grosso rischio di appiattire tutto a una tavola bidimensionale, soprattutto dentro di sé. Per fortuna c’erano le prove della lettura scenica che avrebbe aperto il festival a rimettere tutto a posto. Con Isabella, Luisa ed Emanuele. A casa mia, con svariati caffè e la crostata di ricotta e nutella del forno. Approfondire, o per meglio dire, sprofondare nella poesia di donne nate, vissute e morte (suicide) lontano da qui, ma che continuano a parlare a me, di me. Sono così entrato nella grazia d’altri tempi di Anna Achmatova, nell’estrema intelligenza – brillante, scintillante – di Sylvia Plath, sono tornato a trovare Amelia Rosselli, una vecchia amica che ha tante storie e tante voci dentro di sé e tu non le saprai mai tutte.
E il privilegio di lavorare insieme al talento, vederlo gorgogliare, crepitare, sprizzare. Nella voce, nella carne (che è anche mal di testa, mal di pancia, insonnia), nelle corde di una chitarra.
E poi si va in radio e in tv, si parla in un microfono. Si scrivono comunicati e post su Facebook. Si mandano decine, centinaia di email. Si va a parlare con. Si scoprono magagne, si risolvono. Bisogna ricordarsi di, qualcuno si è ricordato di, chi è che doveva ricordarsi di. Ovviamente alla fine salterà fuori anche la cosa che nessuno si era ricordato, come una ranocchia da un cilindro, la più importante, quella per cui ti eri tanto raccomandato, ma non sarà abbastanza grave da rovinare tutto.
Poi arriva il venerdì e si va in scena. La sala si riempie. Non alla spicciolata, come immaginavo, ma tutta insieme. Saluto molti, tanti, anche chi non conosco, soprattutto loro. Le luci si spengono. Io siedo in fondo, vicino alla porta. Voglio vedere tutto. Volti rapiti, altri disturbati, altri commossi, altri che non riescono a stare seduti e si alzano, escono, poi rientrano. Molti controllano compulsivamente il telefono. Anche così riesco a sentire le voci e dal palco mi arriva la stessa febbricitante sensazione di peli che si drizzano, di corrente nell’epidermide, di groppo alla gola o allo stomaco. Una tensione che non si scarica, una densità fitta, plumbea. Poi l’applauso, come si conviene, forse liberatorio. Non si può stare troppo a lungo in certi territori di confine.
E poi si va avanti. Gli sguardi e le voci, le mani tremanti che reggono i fogli, l’ironia e il coraggio, di tutti i poeti e le poete che salgono sul palco a leggere le proprie cose. Partecipare a un poetry slam può essere una forma di narcisismo, ma mettersi a nudo, accettare di giocare e di essere giudicati, può anche essere partecipare, uscire dal proprio mondo per sfiorare quello degli altri. Con leggerezza.
Loredana è stata un’ospite da me fortemente voluta. Abbiamo parlato di Amazon e di Facebook, di Fortini e di intellettuali, senza permettere che il termine fosse una diminutio, di biblioteche e scuole e diritti e cultura, che sono la stessa cosa, di parole e di donne e di modi di chiamare le cose che cambiano le cose, di scrittori femminili come Stephen King e Goethe (lo sapevate?). Riferimenti capaci di accendere connessioni e legami, grazie alla sua inesauribile intelligenza, il suo saper stare nel mondo, nelle cose, usare strumenti e concetti senza esserne usati.
Poi sono venute a trovarci Patrizia, la signora della poesia, e Diana, la rocchettara. Davanti a certi nomi si prova un’insopprimibile timidezza. Come se si temesse di scoprire che Lei, il nome che troneggia sulle copertine della serie bianca Einaudi, ha anche un corpo reale, un carattere, dei gusti, dei vizi. Ascoltavo da lontano, incerto tra i miei dubbi e lasciarmi andare alla seduzione. Suonare e cantare – ballare – accomuna, avvicina. Leggere la poesia rimette tutto nella giusta distanza.

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