Addio a Garcia Marquez

gabriel_garcia_marquezSe ci fosse una specie di pallottoliere delle lettere, sarebbe servito – e servirà ancora chissà per quanto – per noi lettori di Garcia Marquez, il grande Gabo che ha risciacquato la letteratura mondiale nell’oceano vasto e bizzarro dell’anima latinoamericana, un mare popolato di storie ammalianti e fedifraghe come migliaia di sirene che cantano cambiando continuamente il proprio ritornello.
Come Ulisse il mondo ha amato ascoltarle quelle storie, pur sapendo fin dalle prime pagine di un qualsiasi suo libro che non ci sarebbe stata destinazione, non sarebbe mai apparsa alcuna Itaca. Al confronto con le prime 50 – 60 pagine de I cent’anni di solitudine, tanto per dirne una, Proust e Joyce sembrano due onesti artigiani della forma e della linearità.
Questo è stato il nocciolo del realismo magico. Rimanere costantemente a Macondo con l’impressione di andare in giro per un universo di sorprese, a volte senza senso, ma inevitabili e desiderabili. Anche facendosi beffe del tempo. Non per nulla il romanzo inizia col famoso incipit, sicuramente uno dei più efficaci dell’intera storia letteraria, “Molti anni dopo, di fronte al plotone d’esecuzione…” illudendoci che ci sia almeno un ritorno, una circolarità che però rimane aperta senza nessun pigreco ad orientarci.


Marquez ha fatto diventare la mente del lettore una specie di gigantesco scolapasta, capiente e allenato a filtrare seduzioni sempre nuove e imprevedibili. Le pietanze scendono caldissime, roventi, di una densità che potrebbe facilmente piegarlo. Occorre tenerlo ben fermo e per assaggiarne il contenuto è meglio chiudere gli occhi.
Anche quando in Cronaca di una morte annunciata Marquez sceglieva vie più dirette, il lussureggiare della sua immaginazione non lasciava scampo al concetto tradizionale di trama. L’accumulo orizzontale, la digressione nei particolari più succulenti per chi ha voglia continua di variare i punti di vista erano una tentazione troppo grande per essere respinta. E perché mai avrebbe dovuto farlo, poi?
Solo così è rimasto per sempre Garcia Marquez, autore di romanzi mondo di un mondo altro che muta di pagina in pagina: alla fine della lettura le sue storie lasciano una traccia che continua a scivolare all’esterno come per cercare altre possibilità, come se anche il volume che le contiene fosse poroso: gronda il sudore fantastico di un continente che è in nessun luogo proprio perché prima di lui nessuno l’aveva visitato, nessuno può e vuole tracciarne i confini, anche perché sicuramente ha più volte goduto del perdersi la strada.
E oggi che riprenderemo magari uno dei suoi capolavori crederemo di tornarci, senza sapere mai esattamente dove ci troviamo.

 

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3 pensieri su “Addio a Garcia Marquez

  1. Ho sempre aperto i suoi libri con lo sguardo curioso e incantato di un bambino , e non mi ha mai delusa, mai. Le sue parole hanno continuato a viaggiare dentro di me ben oltre la parola fine, tanto che a ogni mio viaggio fisico corrispondeva la ricerca di almeno uno dei suoi luoghi immaginari. Mi ha fatto amare i paesi latino americani prima ancora di andarci una prima volta, e forse per questo, quando arrivai a Trinidad, piansi pensando a Macondo come se quella città ne fosse la reincarnazione. Mi ha ispirata Gabo, tanto che la letteratura latinoamericana è al primo posto tra le mie scelte letterarie, tanto che riesco a concepire la scrittura solo così, con quella leggerezza densa e fluida, quando non sai dove finisce la visione e comincia la realtà. Mi mancherà Marquez? Come uno di famiglia, di più, uno di famiglia cui si vuole bene.

  2. La mia preferenza per la scrittura ‘secca’, poco decorata e ridondante, ha due – principali – eccezioni: Gadda e Marquez. Il primo con Pastrufazio, il secondo con Macondo. Gli innumerevoli Aureliani mi hanno cambiato la vita, aperto gli occhi sui piani narrativi intersecati alla Escher. Come i suoi amori, epici e pesanti, carnali e sognati. E, quando vedo che la realtà supera la fantasia, me lo spiego da sola, con un ‘in fondo viviamo a Macondo’.

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