Racconto bianco (Ultima parte)

001_bianco_carrara_c-640x400di Marco Maresca

Accade che le mie labbra, d’improvviso, echeggino suoni di antichissime seduzioni. E che i miei occhi si predispongano alla ricezione di cerimoniali salvifici dimenticati da millenni. Certo, contestualizzando il rituale, il tutto appare grossolanamente ridicolo. E pericoloso. Ciò che compete a un’atmosfera satura di afrori urinari, fecali, sudorali, mistura esiziale per definizione, non può distanziarsi troppo dalle particelle minimali che la compongono. Accade però che la presenza della giovane donna rossa e attenta minimizzi ogni dintorno e lasci espandere da una fonte ignota una luce degna del miglior bianco. Eppure, non di bianco si parla adesso, ma di un miraggio, di un sogno morente – contrario pertanto alla libera fantasia – e inospitale. Non di bianco, ma di lusinga – celante inavvertitamente il prima e il dopo, nonché il passaggio con relativo dolore – e di parvenza. Non di bianco, ma del rosso dei suoi capelli – colore falso, senza rapporti cromatici con l’esterno, sormontante, invasante, inglobante, assolutamente e perduratamente, inscenatore di nuova vita senza morte e quindi contrario per natura a qualsiasi desiderio di sopravvivenza – e delle sue labbra.

Accade che d’improvviso, un frenetico turpiloquio introduca il vuoto assoluto nelle menti di ognuno dei presenti, e ricordi a tutti che il senso della loro presenza è l’assoluto nonsenso. Accade che due dei dodici militari tedeschi entrati spavaldamente, e incuranti della loro scia grigio-verde, nella camerata, decidano di prelevare tra i morenti del gruppo predestinato anche la mia giovane donna dai capelli rossi e lo sguardo attento. Accade che io non sia tra i predestinati e mi dibatta infantilmente in uno stato a metà tra una indicibile quanto inopportuna gioia e una inesprimibile quanto ancor più inopportuna amarezza. Cosa che potrebbe persino chiudere la giornata riportandola, nell’assoluto silenzio interiore, al torpore della veglia. Solo un vago sentore dolciastro tra le ore immote del giorno e della notte.

Accade invece che mi ritrovi alle prese con un’assoluta voglia di vivere per dare una possibilità all’annientamento della mia donna rossa. E che mi riconduca nel tavolato che tanto mi ha avvolto, e lì mi adagi, gli occhi nell’irrealtà. Che riporti le ginocchia al mento, che le trattenga a stento con le mie braccia smagrite, e che mi abbandoni, esausto e colmo di speranza, ad un nuovo incontro col bianco.

Certamente seduto, ancor più le gambe protese, nondimeno acceso da amniotici pensieri. Tre le categorie, per l’esattezza.

Qui si può leggere la seconda parte

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