Racconto bianco (parte seconda)

biancadi Marco Maresca

Seduto con le gambe distese, mi sento attorniato da una moltitudine di pensieri in subbuglio, stranamente disordinati. Ci sono spiragli di luce e gelo intorno a me, piccoli dispetti per riflessioni e progetti. Rumori lenti, odori rampicanti, colori in movimento centripeto. Presenze lontanissime si mescolano ai primi ricordi di quelle presenze. Il bianco perde l’assenza.
Cerco un appiglio per la mia brama di me, divincolandomi da un’accecante condizione di normalità. Il tempo scorre sapendo di non poter più giocare alla tregua. Sono in viaggio apparente, forse ancora solo, forse ancora solo per un capriccio della luce, piangendo per l’unico luogo in cui credevo di essere, frastornato ormai da pensieri in divenire. Da questo momento nulla potrà più contare senza il ricordo del bianco.
Trattengo a stento i pensieri già dimezzati. Tre sono restate le mie audaci categorie, ma ora il vero problema non è l’analisi, quanto la sintesi. O la ricomposizione in una divenente condizione. Il sistema utile alla mia sopravvivenza, cercando l’unità, si (ri)compone tra gli elementi entro cui è costretto a (ri)generarsi. Nel sudore matura, nelle lacrime avanza, nella pioggia (ri)torna nel passato. Per (ri)cominciare d’accapo. E ogni volta prende peso e ali più robuste, in un divenire frenetico e mai rassegnato. La fantasia cerca di liberarsi dal presente per essere libera. Ma essere luce, come vivere o sognare, è difficile nel grigio di una vita sedata. L’unica possibilità che ho compreso da quando sono approdato nei miei nuovi confini, è staccarsi dal rumore delle altre vite condannate come me. Per appagarsi della solitudine, per non essere trascinati in basso dal peso di inutili moltitudini. E da ultimo il controllo del dolore, capacità che consente lo spiegamento delle precedenti. Sì, perché il dolore riesce a concentrare intorno a sé ogni prospettiva, ogni slancio. E’ una sorta di magnete con immenso potenziale attrattivo. Si nutre di notturni, e per questo motivo riesce brutalmente a trasformare ogni alba in tramonto rendendo nullo il transito quotidiano. Con esso il passaggio dal bianco al variegato annulla lo stato precedente e, come ho detto, rende impossibile lo spiegamento di sistemi e fantasie vitali.
Il brusio che sale dalle più remote regioni dei miei sensi in progressiva ricomposizione, si veste lentamente dei volti emaciati di masse sconosciute e pur tuttavia riconoscibili. Nelle quali pigramente ricomincio la mia assimilazione. Mi sforzo di cercare il silenzio assoluto che mi tratteneva dal pensiero della sopravvivenza, che mi dava la certezza di essere nel giusto. Ma il miscuglio di sussurri slatentizzati mi allontana crudamente dal passato e dal futuro. Ora sono qui, lo sento, e tra pochi istanti potrò persino vedermi. Me, e quelle condizioni paritetiche a me prossime. Me, senza alcun baratro da cui saggiare alcuna ebbrezza d’infinito.
Poi accade che nello stesso angolo di fabbricato in cui annaspo certezze si incarni un volto mai completamente dimenticato. In verità nel mio stato di semicosciente ritorno sento nuovamente il bisogno di una presenza vera, qualcuno che mi aiuti a risalire il bordo della vasca. E nella geometrica interconnessione di corpi quasi del tutto ritrovati, so di non potermi sbagliare guardando nella direzione consueta. Così, riesco subito a vedere il volto della mia presenza salvifica, a fissarlo con i miei occhi appannati ma in via di purificazione. E così accade che il desiderio pocanzi repulso si manifesti in tutto il suo inopportuno cromatismo. E che io non possa opporvi alcun argine. E che apporti modifiche involute ai miei desideri in maturazione.

 

L’urlo senza misura di Johan mi riporta terribilmente alla mia inumana condizione di internato nello Stalag 339 . Respiro intensamente, per non cadere. Serro i muscoli, per trattenere spiragli di speranza. Il bianco? Il colore della mia lotta.

 

Sono seduto con le ginocchia al mento sul tavolato che mi accoglie per gran parte del giorno e della notte. Le mie braccia smagrite riescono ormai solo a stento a trattenere le gambe in quella rassicurante posizione. Intorno a me sguardi tumefatti, corpi ripiegati su se stessi, passi ridicolmente nervosi. Rumori svogliati raccontano di una giornata uguale alle passate, in cui pensare non serve a niente, ascoltare ammutolisce e guardare fa sprofondare in una ricerca di passato che è ormai svuotata da qualsiasi contenuto vitale. Unica certezza, le mie gambe al mento con le mie braccia a trattenerle a stento.
La memoria, in questa condizione al limite dell’ipotizzabile, è come un panorama che fugge dal finestrino di un treno. Per trattenerlo si è costretti a ruotare goffamente il capo e strabuzzare gli occhi. Finché non ci si rende conto che è passato per sempre e si guarda oltre. Qui si tratta di sopravvivere ogni minuto a venire lottando contro un istintivo bisogno di autocommiserazione, si tratta di cercare tra le lacrime dissalate ogni frammento agonizzante di verità che momenti fulminei hanno cercato nei minuti precedenti di rendere visibile. Si tratta di aggrapparsi al presente con ogni centimetro ancora vivo del corpo, creando quella sintesi impensabile che, sola, è in grado di oltrepassarci nel futuro, fosse anche fatto solo di poche ore. E’ questa la sola, unica sintesi in grado di liberare grani di fantasia tra le assi maleodoranti, tra le urla germaniche di giovani bellissimi e convinti a essere crudeli, tra i viaggi asfissianti nei camion senza meta, tra i colpi di mitra o di bastone, tra la nebbia tra le mura tra i palazzi della mia città. E’ questa l’unica, la sola possibilità di riabilitare il dolore, di portarlo a me come parte di un senso che mi travalica. Pensiero e corpo, solo, possono aiutarmi a soverchiare gli amari flutti dell’unico presente apparentemente disponibile.
Dov’è finito il bianco, o il ricordo del bianco, o il sogno di un bianco improbabile? Mi guardo intorno, completamente riassorbito dalla sbiadita realtà della camerata. Tra le guance scalfite e malamente rase? Negli occhi sovrabbondanti e impauriti che non riescono più a vedere senza emettere paura? Nelle parole ridicole rivolte a chi non può più ascoltare? Nella poltiglia di polvere e sudore che ricopre le pelli non ricoperte da maglie luride di sudore e polvere? Nel rantolo di sottofondo? Nel prossimo elenco, su cui potrei essere stato conficcato da mani ignote, e in virtù del quale cesserei di pormi domande? Solo Dio può rispondere a queste domande. Ma ora persino il desiderio di Dio è sottoposto alle vessazioni dei nostri giorni in scala di grigio.
Poi accade che tutto il soggiacente movimento centrifugo di un internato nello Stalag 339 si fermi di colpo per un insensato rapimento della sua tensione vitale da parte di un essere parimenti insignificante: una giovane donna dai capelli rossi, gli occhi azzurri e la pelle chiarissima; una minuta figura dalle mani sottili e ancora vagamente curate, le gambe vigorose e il seno timidamente scosceso; una giovane donna dallo sguardo attento e non rassegnato, dal portamento fiero, dalla testa mai china. E’ certamente il riflesso di una verità mai definitivamente perduta, il segno che si può ancora decidere di vivere, pur se assemblati in un insensato miscuglio di sospiri annichiliti. Accade che i miei occhi cerchino disperatamente i suoi per sentirsi a loro volta cercati e credere che possa esserci ancora vita in uno scambio nervoso di sguardi. Accade che la parte più distante del pensiero si rivolga a lei come all’unico amore capace di dare senso a una vita intera. E che la certezza di una morte prossima si allontani pericolosamente dal cumulo di pensieri che cerco di tenere desto in ogni modo. Accade che la solitudine si intrattenga con il desiderio di una giovane donna dai capelli rossi e lo sguardo attento, dimenticando che per vivere non c’è più bisogno di desideri ma del bianco.

Qui si può leggere la prima parte

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