L’ultimo goal

tunnel-to-fielddi Paolo Marcacci

Gli riusciva ancora: buttare la palla avanti con l’esterno e mettere la spalla davanti al difensore, in modo da frenarlo e rubargli quel metro e mezzo che consente di ricavarsi l’angolo di tiro, quindi con l’interno del piede piazzare subito il rasoterra sul palo più lontano, che in genere il portiere lasciava scoperto per precipitarsi a coprire l’altro, verso il quale lui fintava di calciare.
Lo fece anche quella domenica, partendo dal lato destro dell’area; quando il lancio spiovve dalle sue parti, il pubblico riconobbe il suo modo di partire e lo sottolineò con un entusiasmo che aveva qualcosa di diverso dal solito: affetto e ringraziamento in quel principio di ovazione. Riuscì a coglierli, come se stesse assistendo all’azione di un altro; perché provava una punta di fastidio per quell’attenzione speciale? Perché calciò quasi con rabbia, oltre che con la solita forza, affinata dall’esperienza, quel pallone che fece fremere tutta la rete dopo aver battuto sulla faccia interna del palo?
Perché quella domenica, penultima di campionato, ultima in casa, tutto avrebbe voluto tranne che sentirsi – ed essere considerato – speciale. Nessuno degli altri, compagno o avversario, lo era: per loro era una delle tante partite, anzi per la maggior parte erano tante di più quelle che sarebbero venute dopo, assieme ad anni di carriera e campionati che ancora li aspettavano. Per lui sarebbe stata l’ultima nel suo stadio, in quell’impianto di cui ormai conosceva anche i cunicoli e su quel terreno di cui aveva imparato a sfruttare anche le irregolarità, conoscendo a memoria il modo in cui il pallone rimbalzava a seconda delle zolle.
La domenica successiva, in trasferta, si sarebbe accomodato in panchina, come spesso capitava, magari subentrando a metà partita, come succedeva sempre e il suo commiato sarebbe stato accompagnato da qualche applauso civile di alcuni tifosi avversari e da tanti fischi indifferenti o irrispettosi.
Dopo venticinque anni da professionista.
Era quella partita di fronte al suo – per l’ultima volta – pubblico, l’ultima. La sua uscita di scena, l’ultimo atto di un qualcosa che era durato una vita, eppure se n’era andato così in fretta.
Per dirla tutta, dopo essere andato a esultare sotto la curva, trotterellando sulla pista d’atletica sentì le solite fitte dietro il ginocchio e alla caviglia, compagne di viaggio degli ultimi anni, che dopo un’ora di gioco cominciavano ad avere la meglio sugli antidolorifici. Rientrando in campo, notò che il giovane, promettentissimo portiere avversario lo stava applaudendo, assieme allo stadio intero: perché non bestemmiava, non protestava verso i compagni, com’è normale che sia quando si becca un goal? Si sentì diverso, non certo per i trentasei anni ma per quello che quel giorno simboleggiavano: se riceveva quelle attenzioni, era già uno che non faceva più parte di quell’ambiente; quella domenica in cui tutti stavano rendendo i giusti onori a una carriera invidiabile, lui si sentiva sopportato, come un parente anziano a cui bisogna per forza rivolgere la parola per non sembrare maleducati.

Tentò, senza convincersi per nulla, di raccontare a se stesso che stava accadendo quello che già tanti altri avevano vissuto: le foto con moglie e figli prima del fischio d’inizio, una targa ricordo da parte dei ragazzi della curva, inquadrature particolari e prolungate per tutto il tempo in cui sarebbe rimasto in campo, servizi su di lui nei rotocalchi sportivi serali. Tutti riconoscimenti che avrebbe volentieri dato in cambio di un altro anno di contratto, di un altro po’ di quel tempo lì…

Il tempo, già: che tipo di scherzo gli aveva giocato?
Quel tempo era davvero lo stesso? Era sempre quello che malediceva perché non passava mai quando si vinceva e i minuti di recupero sembravano eterni? O quando le infiltrazioni ancora non facevano effetto contro i dolori al ginocchio? O quando in ritiro sembravano eterni anche i minuti, soprattutto per lui che non giocava a carte, a biliardo e neanche si dilettava con i videogiochi dei suoi compagni più giovani?
O quella volta che la strada sembrava non finire mai, quando si stava recando a casa dei genitori per mostrare loro la sua prima fuoriserie?
Era come se avesse preteso tutto indietro, il tempo, svelando in quel pomeriggio di essere passato in un lampo, per quanto il lampo fosse durato due matrimoni, qualche intervento chirurgico, tanti alberghi, avventure extraconiugali impossibili da rifiutare, sputi di avversari e tifosi, insulti di ogni tipo, richieste di fotografie e maglie da autografare.

Gli venne da pensare, mentre tornava a casa dopo aver preso parte a una trasmissione televisiva serale per la quale il suo agente aveva chiuso l’accordo già da qualche mese, che uscire dal giro era l’unico modo tornare a sentirsi giovane com’era in realtà: un uomo di trentasei anni, molto più in forma della media dei suoi coetanei, che avrebbe continuato a curare l’alimentazione nella maniera maniacale degli ultimi anni, che conosceva ormai ogni segreto dello Yoga, che si sarebbe divertito a giocare tra i dilettanti per altri dieci anni almeno, coi fondamentali che si ritrovava.
Si sentì più sereno, per qualche minuto, poi si ritrovò a sperare che, andando nelle altre città, i tifosi che lo riconoscevano continuassero a insultarlo come avevano sempre fatto fino a quella domenica.

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