Racconto bianco (parte prima)

muro-bianco_2592170di Marco Maresca

Seduto con le gambe protese, me ne sto solo nei miei pensieri amniotici. Intorno a me è calmo e tiepido, la condizione ideale per riflettere e progettare. E anche per rinascere. Non un rumore, non un profumo, non un colore diverso dal bianco a sporcare il bianco in cui sono immerso. Nessuna presenza, nessun ricordo di una presenza. Nessun contesto.

Mi libro in questa condizione sub-naturale da un po’ di tempo. Non ricordo bene quanto tempo, ma in fondo non è tanto importante il quanto ma il come. Sono lì, solo, nell’unico luogo in cui desidero e devo essere, cullato da pensieri in divenire. Questo solo conta.

Quali sono i miei pensieri? Essenzialmente li posso ricondurre a tre categorie. Primo, l’adesione a un sistema utile alla mia sopravvivenza. Pensieri consueti, niente di nuovo nell’amnio. Secondo, l’evitare di essere abbandonato dalla libera fantasia. Cosa, quest’ultima, altamente probabile, e contro la quale combatto quotidianamente una dura lotta. Terzo, il controllo del dolore nei momenti di transito. Punto obbligato di partenza per questa possibilità è sempre e comunque la gestione della gradualità, l’importanza della lentezza dell’incedere, la fusione tra consapevolezza e abbandono. Pensieri impegnativi, certamente. E per affrontarli avevo bisogno ancora del mio bianco. Altrove mi è impossibile solo il barlume di un’idea. Troppa umiliazione – dimenticanza indotta di appartenenza – mi tengono avvinghiato all’esterno. Strani e cupi colori mi asserragliano lasciandomi in quello stato confusionale tipico di chi vorrebbe essere ma non può che avere.

L’adesione a un sistema utile alla mia sopravvivenza. Operazione all’apparenza gestibile. Ma non quando la percentuale di dipendenza da fattori esterni e non accessibili è prossima a cento. Allora la sopravvivenza diventa una questione di imbroglio, una possibilità districantesi a condizione che l’inganno eserciti la funzione di guida attenta e perseverante. E che l’io si adegui al nuovo stato delle cose. Nessuna alternativa al di là dell’adesione convinta. Tuttavia, per far sì che questa adesione naturalizzi e si instauri come parte intima, occorrono esercizio e fermezza. E il bianco, naturalmente.

Come evitare di essere abbandonato dalla libera fantasia. Sono convinto che io esisto grazie alla mia libera fantasia. Anzi, nel mio attuale ciclo vitale, io coincido con la mia libera fantasia. Il bianco mi permette di gestire al meglio l’inesistente, di creare sfumature, persino di produrre orizzonti. Non c’è più un sopra, un sotto, un appiglio. E la cosa più inebriante è che a tratti persino io riesco a scomparire, ricacciato nella luce che l’unico colore riflette. Sono luce, e come tale padrone di liberare la fantasia. Rimane, però, il problema della totale trasposizione quotidiana. Credo che ci arriverò. Per ora mi accontento del fatto che dopo ogni ritorno mi sento meno opaco, consapevole che un germe di traslucidità sta operando la mia metamorfosi. Ho fiducia nelle mie possibilità e in quelle dei miei pensieri. Se così non fosse, sarei già morto.

Il controllo del dolore nei momenti di transito. Mi riconosco come la parte più microscopica di un occhio nel momento del passaggio dalla luce al buio e viceversa. Nulla di più che un’assenza infinitesimale di speranza. Perché luce e buio ritornano sempre, sanno alternarsi come nient’altro in natura. Il dolore, però, è innegabile. E allora cosa? Soltanto attesa e rimpianto? Oppure lotta per assecondare, scartare, o addirittura vincere, un solo insignificante istante? Lotta per essere quello che sta arrivando e contro cui nulla si può. Oppure lotta per ritornare a essere il frutto di una volontà tanto concreta quanto fantastica. In ogni caso l’abbandono è l’unica vera sconfitta, l’unico vero dolore.

Seduto con le gambe protese, me ne sto solo con i miei pensieri. O forse è meglio dire che finalmente sono ritornato a essi. Singolare, però, che dopo un tempo indefinito ogni volta mi ritrovi come sull’orlo di un precipizio. Senza alcun espresso o celato desiderio, con un vago preannuncio simile al movimento antico di una lenta risacca di un’onda lunghissima. Singolare che a un tratto tutti i pensieri si fermino ben prima del mio sguardo sul vuoto. E così, dopo aver aderito, evitato e controllato, o almeno aver portato avanti il desiderio di aderire, evitare e controllare, accade che tutto il silenzio del baratro mi cinga tremendamente e inesorabilmente, facendomi perdere di vista per un tempo indefinibile il motivo ultimo del cammino appena interrotto, e cioè l’adesione, l’evitazione e il controllo. E’ questo, comunque, uno stato momentaneo, certamente non pregiudicante giacché non mi allontana seriamente dai miei pensieri; anzi, mi riporta a loro con maggiore convinzione, facendomeli ritrovare rafforzati e rifiniti, e ancor più disposti ad accogliermi. Sembra che i pensieri si fermino per consentirmi di stare in una condizione di vera solitudine, e quindi di vero equilibrio, nella quale nulla si frapponga tra me e il desiderio di me, e al tempo stesso si diano da fare, coscientemente liberi da me, per farmi ritrovare il giusto equilibrio tra loro.

Poi accade che d’improvviso una presenza tenti di materializzarsi nella mia mente, giungendo da lontano in forma di monade indesiderata. Non è dolore, ma paura di nuovo dolore. E accade che da un punto indefinitamente vicino o lontano si dipani un alone di sfumature minime tale da sporcare – ebbene sì – amabilmente il bianco e rendermelo misurabile. Inevitabile ogni volta la mia ribellione, il mio desiderio di candore informale, di stabilità cosciente. Incontrollabile in questo nuovo contesto il mio desiderio di solitudine, così caparbiamente affrontato dalla nuova, tracotante presenza. E infine accade che il bianco, presenza avvolgente e intima, riesca a smaterializzare dolcemente l’insinuante cospetto. E che tutto, intorno e dentro me, si predisponga all’ultimo inesprimibile ritegno prima dello svuotamento pubblico della mia assenza.

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