Menta e tabacco

medicodi Paolo Marcacci

Sapeva di menta e tabacco, il respiro del dottore, quando si avvicinava al letto con la cartella clinica in mano. Le piacque subito l’idea di un uomo che, subito dopo aver fumato, aveva la cura di profumarsi l’alito con un chewing, o una caramella. Prima le arrivava il sentore di menta, più forte e diretto; dopo qualche parola emergeva il fondo di tabacco, aromatico: forse di sigaro, non le sembrava certo tipo da pipa, quel ragazzo dalle tempie un po’ sbiadite, che veniva in ospedale quasi sempre in moto e per questo aveva i capelli sempre né troppo scompigliati, né troppo in ordine. Di lui le piaceva che, a differenza degli altri medici, ogni volta guardava negli occhi il paziente e per ognuno aveva un’espressione diversa, come se ogni persona meritasse la sua dose di considerazione; oltre le diagnosi, oltre i sintomi, al di là dei progressi e delle difficoltà delle cure. Per essere del tutto sincera con se stessa, dovette presto ammettere che le piaceva “anche” questo, assieme a tante altre cose: le mani affusolate, la barba sempre accennata ma mai incolta, il fondo degli occhi che non si capiva mai bene se virasse al grigio o al verde.  Per quanto le era possibile, visto lo specchio stretto e opaco del bagnetto in comune nella stanza da tre, amava sistemarsi prima della visita: un’ombra di fondotinta, il rossetto discreto, addirittura un’ombra di rimmel per le ciglia. Ci aveva, ci avrebbe mai fatto caso , lui? Una volta le sembrò che il dottore avesse lasciato le pupille nelle sue qualche istante più del dovuto, come se si fosse accorto della donna che c’era dietro (o dentro?) la paziente, ma non capì mai se quella piccola suggestione fosse scaturita solo dalle sue fantasie o se anche un barlume di verità avesse contribuito ad alimentarla. C’era comunque una cosa, stranissima, che la faceva star bene: il fatto che quando si sistemava per il passaggio del dottore, riusciva a sentirsi bella, si annodava con grazia il foulard in testa, a mo’ di bandana; anzi, ne sceglieva sempre di colorati e le piaceva abbinare l’ombra di trucco a quelle tinte. Forse qualcuno degli assistenti, o anche le altre due occupanti della stanza, si erano accorti della cura che metteva per piacere al “suo” medico; magari i più cinici tra loro ne avevano anche riso, ma che importava? Tutto ciò di cui poteva essere contenta valeva oro, il resto del mondo continuasse pure a pensare ciò che voleva. Di mondo ce n’era tanto fuori da quei finestroni, quasi sempre di corsa ma in alcuni casi immobile, impaziente: l’Aurelia scorreva lì sotto, era come il braccio grigio con cui Roma si protendeva fuori di essa, pensando all’estate anche quando estate non era. Un pomeriggio le capitò di immaginare lei e il dottore, in moto, shorts e maglietta, verso il mare…Magari di maggio, quando le ore cominciano a ringiovanire e sembrano promettere di diventare eterne.  In realtà, uscì un giorno di settembre, con una pioggerella che non si capiva da dove venisse, visto che l’aria era ancora tanto soffocante che pareva luglio…Neanche quella malinconia capiva da dove venisse, nel giorno in cui chiunque la guardava le sorrideva, congratulandosi con lo sguardo per la sua battaglia vinta con tanta determinazione, rabbia, sorrisi…Ancor meno la capì suo marito, quella malinconia, quella specie di magone che le si leggeva nelle pupille; lui che era raggiante, a cui non pareva vero poter riportare sua moglie a casa, dopo la disperazione delle prime diagnosi, dopo il buio dell’immaginarsi senza di lei.  Ancora oggi, le tocca recitare, ogni volta che si parla di quel periodo; si sente quasi in colpa quando gli altri le fanno i complimenti per il coraggio, quando la portano ad esempio ad altri che stanno attraversando la stessa paura, la stessa sensazione di tempo a orologeria… Non che non sia tutto vero, anzi: la debilitazione per le cure, la fatica di mostrarsi forte, di apparire meno debilitata di quanto in realtà non fosse in quel periodo…Il fatto è che non saprebbe proprio come spiegare e ancor meno gli altri potrebbero capire, che ogni volta che le capita di ripensare ai giorni del tumore, lei chiude gli occhi e le sembra di sentire ancora nell’aria profumo di tabacco e menta.

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