Michael Ende: 30 anni fa i Racconti de Lo Specchio nello Specchio

lo specchio nello specchio2All’indomani della sua pubblicazione il libro stupì un po’ tutti i lettori, abituati alle volute sbrigliate della fantasia de La Storia Infinita e alla tenerezza romantica di Momo che restituisce il tempo – e un giusto rapporto con esso – agli uomini. Cos’ erano allora questi racconti in cui l’autore aveva svestito i panni del romanziere incalzante e immaginifico per assumere quelli meditativi di un mistico dal sapore vagamente kafkiano?  Il mondo dello Specchio nelo Specchio è una versione particolare del labirinto, che ha come unica guida delle immagini, le opere pittoriche del padre di Michael, il pittore surrealista Edgar Ende. Mentre nella Storia Infinita Bastiano trovava tra le immagini della profonda miniera di Minroud il volto del padre, in questa opera posteriore le immagini realizzate dal padre reale di Ende sono riferimento ed enigma dello stesso labriinto: allo stesso tempo valgono per Dedalo, Minotauro e Filo d’Arianna.

Tutti e 30 i racconti sono accomunati dallo “stesso spirito dei quadri di Edgar Ende”, spiega il saggista Thomas Kraft, vale a dire “un enigmatica estraneità”. Spesso come elemento di coesione interna l’autore sfrutta una parola o un oggetto che, comparso al termine del racconto precedente, torna anche incidentalmente in quello successivo, sottolineando ancora di più l’idea di una catena di specchi che si riflettono l’uno nell’altro. Alle due uscite del labirinto, nel primo e nell’ultimo racconto incontriamo la figura di Hor, creatura solitaria e misteriosa che all’inizio si rivolge al lettore addirittura direttamente e in prima persona. Vive in un palazzo gigantesco, completamente vuoto in compagnia solo dell’eco “di qualche grido che lui stesso ha un tempo sbadatamente lanciato”. Non sogna e non ha ricordi, per vivere si ciba delle pareti della sua casa e si illude di giungere un giorno all’ultima delle stanze di quel palazzo che lo proietti al di là dell’ultima parete, dove ci sono persone o forse altri Io che sono però membra della sua stessa persona (persona?).  Hor è dunque insieme Io e mondo, territorio e confine, speranza e disillusione; non ha memoria ma serba tutto con cura, è come una pila elettrica che si carica e vive di ossimori, cioè di polarità che convivono per la forza d’attrazione del paradosso che le genera. Hor sembra riprodurre in sé perfettamente l’essenza del libro che inaugura e chiude, che è quella di un’assoluta, anodina, separatezza delle cose dalla storia, dal flusso, dal caos colorato della vitalità. Eppure quanto più la prosa tende verso la trasparenza, ecco che si intravvedono qua e là come delle linee di forza che, dapprima sotterranee divengono poi crepe sottili ma persistenti. Sono appelli, grida degne di Munch,  parvenze di legami e fraternità scolorite col mondo degli uomini.

“Arriveremo mai ad incontrarci, un giorno o fuori dal tempo?” dice Hor. E la sorella che  nell’ultimo racconto troviamo al di qua di quelle pareti, dopo aver congedato l’ennesimo viandante che tenterà – ma già lo sappiamo inutilmente – di entrare dal di qua in quello stesso palazzo, termina il racconto e quindi il libro intero con le parole “Povero, povero Hor”.

C’è incomunicabilità assoluta tra l’Aldiqua e l’Aldilà di queste metafisiche mura, in una cruda spiritualità di assenze che ricorda la famosa poesia di Par lagerkvist

“perché giace una creatura nel fondo delle tenebre/ ed invoca qualcosa che non esiste?/ perché così avviene?/ Non c’è nessuno che ode la voce invocante nelle tenebre./ ma perché la voce esiste?

Ende non si spinge fino alle domande ultime, ma è palpabile che le ombre che abitano lo Specchio nello Specchio, quanto più sono avvitate nel loro labirinto tanto più necessitano di un evento che spalanchi le porte, che salvi quel mondo o per lo meno lo metta in comunicazione con altri distruggendo quella specie di eterno ritorno che è il gioco dell’enigma che dice e contraddice.

Splendido è al riguardo quello che è a nostro giudizio il racconto centrale della raccolta, dove una nobildonna in carrozza si affaccia dal finestrino per contemplare stupita un corteo di straccioni, giocolieri e saltimbanchi (figure icone di Ende, come l’idea di corteo che ci ricorda le moltitudini folli de La Storia Infinita e di lì le allegorie del dramma barocco), che le raccontano di essere in effetti ex attori di quello che si chiamava “lo spettaccolo ininterrotto”, inscenato a beneficio di sole luna e stelle e che “manteneva unito il mondo”. A un certo punto però, raccontano  hanno “perso una parola, anzi la parola che tiene tutto unito”. Da quel momento il corteo è alla ricerca della parola, eppure – ed ecco il paradosso – è in cammino perché deve scrivere quella parola sulla superficie della terra. Non si fermano,mai, non sanno di per sé dove andare ma si lasciano guidare. “Da chi?” domanda la donna ” “Dalla parola” le risponde una ragazza, sorridendo dell’ennesimo paradosso “come se dovesse chidedere scusa”. Così l’ambiguità e il paradosso si raddoppiano, fornendo un enigma al quadrato. Efficace è l’esitazione della donna che prima vuole unirsi al corteo ma poi cambia idea, ritagliandosi semplicemente un ruolo di testimone, e testimone speranzosa di poter essere lì il giorno in cui la parola sarà realmente trovata.

Nonostante il racconto grondi di riferimenti metafisici – la parola, la donna che come il giovane ricco di fronte alle parole di Gesù esita e decide alla fine di non seguirlo, il vetturino storpio – il senso del testo dimostra che Ende non sta qui interrogandosi sull’Aldilà, ma prosegue ancora nella ricerca romantica di una conciliazione al di qua del mondo. Il labirinto semantico del doppio enigma a chiasmo (parola persa eppure scritta da chi cammina – strada sconosciuta e però indicata dalla parola che si definiva persa) così come gli abitanti davanti al ponte “che non sarà mai ultimato” di un racconto successivo sono rappresentanti perfetti di un mondo separato da tutto ma soprattutto dal senso e dal significato delle azioni meccaniche che i suoi abitanti inanellano.

E’ un mondo di labirinti perché non c’è chi, come Atreju e Bastiano e anche Momo, viva una storia e umanizzi quegli enigmi amando, scaricando tra i poli degli ossimori la corrente diversa dell’amore che è motore gratuito ma diretto verso un Tu, un Altro, concreto o metafisico, qualcuno per cui esistere e con cui condividere parole, giochi e tratti di strada. Lo Specchio nello Specchio è così come La “Fantàsia desolata” di Ende, dove l’umano ha smesso di recitare la parte della vita.


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Un pensiero su “Michael Ende: 30 anni fa i Racconti de Lo Specchio nello Specchio

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