L’inganno

ospedale di nottedi Marco Maresca

Arrivò al parcheggio interno dell’ospedale che il sole stava già sparendo dietro i pini dei viali del comprensorio. Passò la barra e si diresse con sicurezza quasi inconscia verso il posto auto numero 312. Si sorprese piacevolmente nell’accorgersi che tutti i lampioni erano stati sostituiti con altri molto più moderni e luminosi. E provò una incongrua gratitudine per la direzione, che aveva predisposto tanto. Nonostante i due anni trascorsi, quello era un luogo che sentiva ancora estremamente familiare. Scese dall’auto e si guardò intorno, a lungo, cercando qualche viso conosciuto. Aveva un leggero batticuore. Poi prese il vialetto che portava all’ingresso del piano interrato del nosocomio.

La porta era chiusa. Fortunatamente stava uscendo una donna che, vedendolo, accennò appena un saluto di cortesia. Non la conosceva, o non si ricordava di lei; rispose quindi con un debole cenno di rimando ed entrò.

Il lungo corridoio che portava all’ascensore aveva mantenuto intatto il suo squallore. Le luci deboli, i muri spogli e colorati di grigio, il pavimento in linoleum vistosamente consumato al centro, lo rendevano una perfetta anticamera per un luogo di sofferenza. E in effetti, si disse, chi vi transitava difficilmente lo faceva per andare incontro a momenti felici.

Superò l’ascensore e passò attraverso una porta a vetri oscurati sovrastata da un cartello metallico recante l’iscrizione “Ambulatori”. Si ritrovò in un altro lungo corridoio, questa volta ravvivato da bacheche e locandine colorate. Quindi, meno lugubre.

Continuò deciso. Per antica abitudine, alzò la testa verso il soffitto per guardare le lunghe lampade al neon che scorrevano. Sorrise pensando a quante volte, camminando in quel modo, aveva immaginato di trovarsi a percorrere sottosopra una strada a due corsie separate da una striscia discontinua al centro.

Proseguì, finché non arrivò di fronte a una porta a vetri. Dalla tasca della giacca tirò fuori un mazzo di chiavi dal quale ne scelse una senza indugio. Ma proprio mentre stava per infilarla nella toppa, fu bloccato da una voce in lontananza.

“Davide!” sentì gridare con rauca compostezza. “Davide, sei proprio tu?”

Anche se era tardi e ben poche persone avrebbero dovuto aggirarsi per il reparto, affollato solo al mattino e nel primo pomeriggio, era preparato a qualche incontro casuale. Si voltò e guardò in direzione della voce.

“Ciao…”

“Che ci fai qui? Ma che bella sorpresa! E come stai? Ti trovo proprio in forma! Ti manca il lavoro, non è così?”

“Tutto bene.” si affrettò a rispondere per porre fine a quell’asfissiante alternanza di punti esclamativi e interrogativi. “Dovevo fare delle commissioni in zona e ho provato a vedere se trovavo qualche ex collega da salutare. Anche se so che non è l’ora migliore.”

“Guarda, forse trovi qualcuno a Medicina Generale. Al Pronto Soccorso di sicuro c’è Bertini di guardia.”

“Allora mi farò un giro da quelle parti, grazie”

“Guarda, se tra mezz’ora sei al Pronto Soccorso ci prendiamo un caffè insieme. Così mi racconti di te. Ora, però, devo scappare. Ho un’urgenza che mi reclama.”

“Va bene, non ti trattengo. Ci vediamo dopo.”

“A dopo. Ma che bello rivederti…”

La prima cosa che pensò fu che per nessuna ragione al mondo sarebbe andato al Pronto Soccorso. Aspettò che l’ex collega fosse fuori dalla portata visiva e inserì la chiave. Entrò e richiuse subito la porta.

La stanza era più o meno come se la ricordava. Scaffalature su tre pareti, due scrivanie al centro divise da una grande fotocopiatrice multifunzione e il lungo tavolo bianco pieno zeppo di carte e buste formato A4. L’odore della polvere gli parve lo stesso di due anni prima, segno che l’abitudine della ditta di pulizie di non spolverare tra tutta quella carta non era venuta meno.

Si guardò intorno per qualche minuto, un po’ per riesumare vecchie abitudini e autoinfliggersi momenti di nostalgia, un po’ per cercare di capire la disposizione attuale del materiale. Alla fine trovò quello che cercava. Recuperò la concentrazione e affondò le mani su una pila di buste poste a una delle estremità del tavolo.

Aprì la prima in alto e lesse. Lesse con attenzione, poi andò al terminale e digitò il codice corrispondente al nome del destinatario sul database dell’ospedale. Non era quello che cercava, quindi rimise a posto il plico. E così fece, maledicendo le leggi sulla privacy, per un’altra ventina di buste. Poi, finalmente, la sua ricerca terminò. Si sedette a una delle scrivanie e, foglio alla mano, cominciò a pensare.

Era davvero giusto quello che stava facendo? Si stava comportando da salvatore o da squallido mistificatore della realtà? Si disse che Clelia aveva il diritto di vivere pienamente fino alla fine e che lui aveva il dovere di concederglielo. Si disse che, diversamente, se lei avesse saputo la verità, avrebbe smesso di vivere immediatamente, rinunciando alla vita ancor prima della morte, perché difficile sarebbe stato cogliere il bene dal più grande dei mali senza esserne annientati. E allora, si disse infine con voce sicura, il suo compito era di aiutare Clelia a fare questo, a vivere degnamente fino alla fine, e se occorreva l’inganno lo avrebbe fatto lo stesso.

E così, in una piccola sala referti di un grande ospedale, tra polvere, fogli e pezzi di umanità sparsi tra scaffali e tavoli, tra storie destinate a cambiare per sempre, un uomo, spinto soltanto dalla forza – giusta e sbagliata – dell’amore, ingannava la donna che amava recandole la speranza proprio mentre questa si era allontanata per sempre, riportandole la vita nel momento in cui la vita stessa aveva già ceduto il passo alla morte.

Accese il computer dell’altra scrivania, cercò tra i documenti salvati, e aprì quello giusto. Cancellò cinque righe e ne scrisse altrettante. Fece tutto con grande maestria, senza tralasciare alcunché. Salvò il documento e fece partire la stampa. Rilesse per bene quanto aveva scritto assicurandosi di non aver commesso errori o aver scritto troppo, o troppo poco. Poi firmò in calce e pose il foglio nella busta. Dopodiché questa fu chiusa e messa tra le altre sul tavolo.

Prima di uscire fece per gettare il foglio originale nel cestino, ma gli venne in mente che qualcuno avrebbe potuto trovarlo. Così lo piegò con cura e lo mise nella tasca del cappotto. Controllò un’ultima volta di aver messo tutto in ordine e uscì dalla stanza.

Percorse ancora la strada/corridoio, nel senso inverso. Ma stavolta gli parve di andare contromano. “Attento a chi ti viene contro” si disse.

Fuori la sera era tutta intorno alle cose. L’umidità creava un’atmosfera di attesa, come quella di certi film, in cui tutto può ancora accadere. Lontano, una musica sudamericana portava echi di una ancestrale gioia di vivere. Se ne invaghì, e la portò con sé all’interno dell’auto. Mise in moto, e partì.

 

 

 

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