Università e plurilinguismo: un problema spinoso

universitàA partire dalla decisione del Politecnico di Milano di impartire le lezioni universitarie nella sola lingua inglese si è sviluppata, anche se tardivamente, nel nostro Paese una discussione sull’importanza e la centralità della lingua italiana nei processi di formazione e in generale in ambito scolastico ed accademico. “Non si tratta di difendere la lingua da un assedio – ha detto Tullio Gregory intervenendo a una Tavola Rotonda organizzata nell’ambito del convegno romano sul Potere della Lingua – ma di avere chiaro il valore della lingua come veicolo della nostra storia e identità nazionale. Tutti siamo responsabili della perdita di senso di questo valore: il fatto che si dica che oggi ognuno parla come gli pare è alla base del vuoto di coscienza e consapevolezza linguistica cui assistiamo.”

E’ un problema che secondo Gregory viene da lontano, da quando cioè i pedagogisti hanno sostenuto che “non si dovesse usare più la matita rosso e blu per correggere gli errori dei bambini delle elementari, che non si accostassero più i classici della nostra letteratura e che non si dovessero più imparare le grandi poesie a memoria. “ Del resto, ha concluso, “come si fa ad auspicare una politica della lingua se non abbiamo da anni un’adeguata politica della scuola e della formazione?”

Che la decisione del politecnico di Milano non si possa condividere lo ha confermato indirettamente anche Maria Teresa Zanola, coordinatrice della tavola rotonda  -promossa da CNR e Accademia della Crusca – e presidente dell’associazione Realiter che si occupa delle lingue romanze, “Ogni atto linguistico – ha osservato – deve essere ancorato nella lingua nativa. L’inglese non è certo l’unica lingua che possa esprimere la grande ricchezza della formazione, di ciò che si definisce il complesso delle ‘arti e mestieri’”

Gli ha fatto eco Luca Serianni, uno dei maggiori linguisti italiani viventi, vicepresidente della Società Dante Alighieri e Accademico della Crusca, che ha ricordato come “la lingua materna abbia maggiori capacità di esprimere le strutture profonde della mente  e la ricchezza delle implicazioni concettuali ed emotive.” Serianni ha inoltre ricordato che “più lingue possono essere possedute a livello diverso di competenza” facendo riferimento al progetto varato dal linguista danese Schmitt Jensen per creare un modulo di intercomunicazione tra lingue romanze suggerendo elementi in comune che possono inizialmente attivare una ricezione passiva di livelli linguistici anche alti: un primo passaggio verso un futuro possesso più profondo”.
E’ qualcosa di assolutamente “fattibile – ha concluso – ed ha un valore culturale molto alto per un Continente come l’Europa che si basa su un patrimonio latamente culturale comunque comune. “

A sollevare dubbi sulla costituzionalità della decisione del Politecnico di Milano è stata Giovanna De Minico dell’Università Federico II di Napoli. “Anche se nella Carta non c’è menzione dell’ufficialità della lingua italiana – ha spiegato – la Corte Costituzionale (in due pronunciamenti rispettivamente del 1982  e del 2009 ) indica che attraverso le interpretazioni è facile ricavare il riconoscimento dell’Italiano come lingua ufficiale. I padri non hanno avvertito la necessità di ufficializzarlo perché ciò ricordava la politica esasperatamente nazionalista di stampo fascista”.

L’univocità dell’uso dell’inglese lede tra l’altro numerosi diritti. Anzitutto – ha spiegato – quello di libertà di insegnamento del docente, che si vede costretto ad usare obbligatoriamenteun’altra lingua nella quale peraltro non può raggiungere i medesimi livelli di qualità che potrebbe più agevolmente conseguire nel proprio idioma; lede inoltre anche il diritto del discente, il quale deve pretendere cultura, istruzione e informazione secondo modalità che potrebbe invece acquisire assai meglio nella propria lingua materna; lede infine anche il diritto dell’Ateneo di essere giudicato e quindi battere cassa in ragione dei risultati ottenuti, che non possono fatalmente essere gli stessi operando in una lingua veicolare diversa dalla nativa”.

“C’è anche il caso limite – ha concluso – del Politecnico di Torino, in cui chi vuole l’insegnamento in Italiano deve pagare. Il che causa un totale sovvertimento dei rapporti e reintroduce un criterio censitario nell’acquisizione della cultura”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...