A difesa delle Fiabe (anche se non ne avrebbero bisogno)

imagesIn realtà loro, le fiabe, lo sanno fare benissimo da sole, dato un esercizio di secoli. Si sono confrontate con legioni di filologi, folkloristi, decostruzionisti, ideologi ed idealisti, riscrittori e cineasti, ma hanno continuato il loro percorso verso il cuore di piccoli lettori e non e anche di genitori appassionati o semplicemente desiderosi di trovare un buon escamotage per addormentare i pargoli.

Non è quindi il primo né sarà l’ultimo questo attacco sferrato da un opuscolo di consigli didattici/educativi destinato agli insegnanti realizzato dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, dove si legge tra l’altro:

“A un bambino è chiaro da subito che, se è maschio, dovrà innamorarsi di una principessa e, se è femmina, di un principe. Non gli sono permesse fiabe con identificazioni diverse.”

Affermazione calata peraltro in un contesto dove, accanto a condivisibili affermazioni sul rispetto della diversità, si discutono stereotipi di stampo sessista nocivi per lo sviluppo dei più piccoli cui le fiabe vengono automaticamente accostate in qualità di modelli fuorvianti.

Il testo tra l’altro ripete quasi pedissequamente un precedente spagnolo che nell’aprile 2010 conquistò le prime pagine della stampa iberica. Analoghe le accuse di sessismo e formulazione di stereotipi, assai simile il tono apodittico e definitivo che nasconde una stupefacente superficialità e un dilettantismo critico, quello sì davvero pericoloso e nocivo per un insegnante incline ad accettare serenamente quanto affermato nell’opuscolo (Dubito pelatro che ce ne siano. E per fortuna, aggiungerei in questo caso).

Bastano solo poche righe per smontare il ragionamento, peraltro sconfessato, a onor del vero, dal viceministro Guerra.

L’intento primario delle fiabe non è fornire un modello ma creare situazioni in cui le difficoltà, gli orrori, le paure della vita reale vengano affrontate attraverso un percorso di immedesimazione e iniziazione alla realtà simboleggiato dalle figure e dalle trame fiabesche.

La fiaba rappresenta tra l’altro anche una mentalità popolare e popolana che crede più nell’astuzia che nell’intelligenza, che capovolge le gerarchie sociali, che ‘inventa’ la rivincita dei piccoli e furbi sui potenti baciati dalla fortuna e da rassicuranti eredità. Sarà quindi da considerare per questo anche pericolosamente sovversiva?

Ma in ogni caso il più delle volte ciò che salva nella fiaba è un episodio imprevisto, isolato, gratuito, inatteso. Il cacciatore che passa davanti alla casa della nonna, l’uccello che si posa sul tetto della casina della strega di Hansel e Gretel, la fata di Cenerentola.

Ecco allora il nodo, altro che stereotipi e sessismo: c’è nelle fiabe l’idea che alla fine quel mondo oscuro, misterioso e pieno di pericoli, dove perfino un padre ti può abbandonare, possa essere vissuto nella speranza di un riscatto, di un senso altrettanto misterioso che forse ti accompagna ma che bisogna decifrare nell’attimo in cui viene rappresentato da un fatto, un passaggio, un lampo nel cielo.

Il fine della narrazione quindi è la salvezza, non il conseguimento di uno stile di vita, né un’aspettativa di futuro. Nelle fiabe tra l’altro, il tempo non esiste.

E’ un mondo rude e crudo quello delle fiabe, ma dove alla fine sperare e fare il bene viene premiato non per una frettolosa spolverata di buoni sentimenti ma perché l’anelito verso la giustizia è più forte e trova la ricompensa: gli umili vengono esaltati in quel vissero felici e contenti, in quella svolta conclusiva delle storie che dà ancora oggi una sensazione forte di liberazione, di salvezza. Una sensazione talmente chiara ed ‘ecumenica’ di cui hanno parlato Antonio Gramsci, fondatore del partito Comunista italiano e John R R Tolkien, il creatore de Il Signore degli Anelli. Due, insomma, che più diversi non avrebbero potuto essere.

Altro elemento: in tutto il corpus delle fiabe, le storie in cui arriva il principe salvatore sono assolutamente in minoranza. Farne con azzardata metonimia l’elemento costitutivo significa ignorare capolavori come i musicanti di Brema, Pollicino, Hansel e Gretel, che insegnano ben altre cose al giovane lettore e omettere allo stesso tempo che a volte come ne “Il principe ranocchio” la conquista del nobile amato avviene attaverso un percorso di maturazione e confronto col ribrezzo e l’orrido. Motivo tutt’altro che idealista o mellifluo.

Dovesse infine il Ministero continuare a perseguire questa linea culturale, be’, allora sarebbe consigliabile eliminare dal sillabo la Vita Nova di Dante e gli stilnovisti, per il pericolosissimo insinuare nelle menti degli adolescenti maschietti la figura della donna angelicata che verosimilmente mai incontreranno in un’intera esistenza, contribuendo così a inenarrabili e devianti frustrazioni

E allora, forse, è meglio dare la parola a due che di fiabe se ne intendevano. “Dove le fiabe sono ancora vive – scrivevano i fratelli Grimm nella prefazione dell’edizione del 1819 delle loro Fiabe – vivono in maniera tale che non si pensa se siano buone o cattive, poetiche o adatte: semplicemente le si conosce e le si ama, perché così le si hanno ricevute e danno piacere, senza che ci sia una ragione.  Per questo non c’è bisogno di magnificarle o difenderle contro opinioni avverse. Il loro puro essere basta per proteggerle. Le storie posseggono lo stesso azzurro splendore degli occhi di un bambino, uno splendore senza macchia ancora più prezioso perché l’organo della vista è l’unico nel corpo che non crescerà più. Pronto, anche grazie alle fiabe, ad accogliere il mondo.”

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