La Santa, la piazza e le Peppe Pig

untitleddi Paola Segurini

Se mi chiedessero che cosa mi è rimasto più impresso dei quattro giorni trascorsi a Catania per la Festa di Agata, l’amatissima martire e patrona della città, risponderei: la presenza quasi tangibile di questa ragazza di 2000 anni fa, l’amore che la circonda e le migliaia di Peppe Pig che ho incrociato camminando per le strade.
In ordine inverso di importanza: i palloncini rosa/rosso sagomati a imitare l’animaletta transitavano, belli svettanti da quegli stand con le ruote, spinti da giovani uomini, al ritmo di un plotone ogni cinque minuti, incuranti della folla, a rallegrare o ossessionare la calca dei devoti e dei passanti. Finire investiti da una nuvola di Peppe, mossa dal vento ad alzo viso, è ormai un evento ormai assimilato, almeno da me: ogni volta sono emersa sorridente e divertita dalla scapigliante nuvola suina.

Ma le Peppe sono solo un pretesto, per incominciare a scrivere della Santa.

Scusate, Signora, sapete dove è arrivata?” La domanda proviene da un’auto ferma al semaforo di Via Umberto. E io, sbalordita dall’interrogazione – come può esserlo una veneta patinata di toscana che affronta la sua prima kermesse popolare devozionale – guardo il Virgilio che mi conduce tra i flutti vulcanici mentre risponde ‘Non è ancora Piazza Stesicoro, mancherà una mezz’ora’. La domanda sulla locazione della Vara  – l’originalissimo carro argenteo trainato dai devoti in cui viene posizionato ciò che rimane di Agata –   esce con costanza dalle labbra di ogni catanese in questi giorni, e viene posta a chiunque. E chiunque, tranne una forestiera come me, saprebbe capire almeno la domanda. Eh si! Perché la Festa è in realtà l’accompagnamento di una splendida effigie di donna, un  busto reliquiario d’oro, adornato di infinite pietre preziose, luminoso e antico, in giro per Catania, su rotte precise lungo le quali il volto gentile della Santa, rassicurante e dolcemente algida, un mix tra una madonna senese e la Monna Lisa, raccoglie e riverbera il sincero affetto riversatole addosso, in tre giorni di celebrazioni, dai ‘Cittadini’.

Il cuore matto delle celebrazioni è Piazza Duomo,  vale a dire lo spazio che gira intorno a un obelisco sorretto da un elefante (‘O Liotru! Non UN elefante’,  la scrivente è stata corretta al volo, con spocchia sicula, quando ha osato definirlo con il termine in genere utilizzato per il mammiferone esotico), delimitato dalla grande cattedrale,  formosa come una matrona abbigliata di bianco e tortora, con il suo giardino, ornato di alti pini marittimi. E poi da magnifici palazzi grigio lavico, da una fontana antropomorfa grondante un trasparente lenzuolo d’acqua, dalla porta dal nome – Uzeda – evocativo di romanzi pungenti e realistici, da alcune vie affluenti e confluenti e costellata di un numero di caffè sufficiente a memorabile e vera piazza d’Italia.

In questo teatro, stretta dalla gente (mai ho apprezzato così la mia statura un po’ più elevata della media femminile) sotto un cielo ampio come lo sono solo  quelli vicino al mare, ho assistito allo spettacolo pirotecnico del 3 febbraio. Incantevole, abbacinante e contagioso: mi ha trasportato senza muovermi nei film disneyani di quando ero bambina: non credevo esistesse la possibilità di essere rapiti dalla musica, dalle scenografie e dai fuochi. Fumo e colori. E gioia che traspira.
La stessa location per la mattina successiva, cambio personaggi. Interno chiesa. Esterno aurora. La cattedrale è gremita fin dalle cinque. Colore dominante: bianco. Sono i devoti che indossano il ‘sacco’(un semplicissimo camice candidissimo) e la ‘scuzzetta’, una specie di baschino di velluto nero. Guanti bianchi che tengono, con la mano destra, un fazzoletto ripiegato a fisarmonica per salutare la Santa che si affaccerà dal suo domicilio (lo fa solo tre volte all’anno, ma questi giorni marcano la sua permanenza più lunga tra il popolo) e si avvierà incontro alla città. I ‘Cittadini’ sono i fedeli abbigliati in suo onore, a dimostrarle totale dedizione. La gran parte sono maschi, di età variabile ma con una preminenza di giovani. Scopro che i catanesi piangono quando rivedono Agata e quando la lasciano. E solo loro sanno il perché.  E lo fanno con la più naturale delle lacrimazioni, come i bambini. Mentre gridano ‘Viva Sant’Agata’, in risposta ad un’incitazione che risuonerà, insieme al ritornello di un antico inno alla Martire, per tutti e tre i giorni. ‘Semo tutti, devoti, tutti’, è la frase che rimbomba tra le mura sacre del Duomo, sulla piazza stipata e lungo le vie, nelle pressoché quarantott’ore del  passaggio.
Un corteo surreale, come un dipinto di Bosch, e reale, come un romanzo di Marquez si snoda tra le costruzioni pompose dei secoli scorsi e gli edifici del boom palazzinaro, tra quelli che erano ‘bassi’ e ora sono case un sgarrupate. Davanti alle chiese barocche e ai conventi medievali, alle ville e ai giardini.
Un movimento ancestrale e contemporaneo, aperto dal danzante incedere delle undici candelore delle corporazioni: ceri votivi di grandi dimensioni, incorporati in brillanti torrette dorate e intarsiate, che dondolano trasportate a braccia da meno di dieci uomini.
Un tratto di strada alla volta.
E poi il ‘cordone’, la doppia fune che traina la Vara con la Santa, al quale si aggrappano i devoti, per il paio di centinaia di metri della sua lunghezza. Facendo a turno, tutti, in questo modo, la conducono a rivedere e a benedire la sua Catania. In un fiume bianco ondeggiante.
Quindi il carro. Magnifico incrocio tra una carrozza funebre e una carrozza principesca. Unico nelle sue suntuose decorazioni floreali fresche e nello scintillio dei metalli che lo compongono. Il tutto dipinge una visione che sembra uscire dalle illustrazioni della Bhagavad Gita.
A bordo, oltre le reliquie, alcuni addetti scelti e un sacerdote che raccolgono le cera votiva offerta ad Agata. Candele di tutte le dimensioni, che nel giorno della festa propriamente detta (il 5 febbraio) diventano enormi e vanno incontro al corteo in forma di torcioni accesi, trasportati sulle spalle dai devoti, a simboleggiare grazie e promesse, voti  e preghiere.
Il giro esterno e il giro interno. Senza sosta.
Una città che non dorme. Ma cammina e attende, perché l’attesa di vedere la Santa è il fulcro di tutto. E nell’attesa si parla, ci si incontra, si mangiano cibi tradizionali esposti e venduti lungo tutto il percorso su bancarelle variopinte e invitanti. Fino ad riaccompagnare, il 6 mattina, la martire verso la sua stabile dimora, nel Duomo.
Ancora una volta la piazza, sgargiante e rigorosa al tempo stesso,  è teatro naturale dell’avvenimento. Palcoscenico all’aperto, civile e religioso all’unisono. Lo spettacolo sono i canti, gli applausi e lacrime, trasversali ad età e classi, si innalzano in un solo appassionato saluto di separazione dei catanesi dall’eroina che li protegge. Un saluto di quelli che straziano il cuore ma lo lasciano vivo e colmo d’amore per Agata fino al prossimo anno. In buona compagnia di qualche palloncino superstite, a forma di Peppa Pig.

 

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