L’ultimo scatolone

121332di Edoardo Caldarola

Chi non s’è mai raffigurato il bibliotecario-tipo come l’uomo occhialuto e placido sprofondato negli abissi della lettura, le gambe distese e i piedi incrociati sotto una scrivania rococò, scagli il primo tomo. Quello del bibliotecario (addetto di biblioteca, nel mio caso: non esageriamo) è uno sporco lavoro. Soprattutto quando c’è da salvare (riesumare è il termine esatto) un fondo librario di ottomila volumi dimenticato da Dio e dagli uomini nell’umido di un magazzino da quasi due lustri. Opera meritoria, chi lo nega, ma piena di polvere e muffe (oltre che di insidie e scatoloni).

E dunque: carica il furgone, porta in biblioteca, scarica il furgone. Ripeti quattro volte. No, non da solo: oltre a me un collega e il direttore (giuro). Quando comincia il lavoro vero e proprio (“Perché, finora che abbiamo fatto: giocato?”), più che in biblioteca sembra di stare in sala autoptica: gli scatoloni sventrati sul tavolo settorio, pardon, sulla scrivania; noi tre, équipe di anatomopatologi da strapazzo, con le mani all’interno a rovistare tra gli organi, pardon,  i volumi per esaminarne lo stato di salute e selezionare quelli da tenere e quelli da scartare.

«Se trovate qualcosa che v’interessa potete prenderlo», concede il direttore e pare che dica «Bisturi» per quant’è serio.
Ho sentito bene? Libri in dono?
L’autopsia, pardon, la cernita acquista un altro abbrivio, dopo quella frase: «Potete prenderlo»…
Ma gli scatoloni cominciano a scarseggiare e, di libri interessanti (almeno per quel che riguarda i miei gusti), nemmeno la prefazione. Non mi rassegno: qualcosa per me deve pur esserci.

E, invece, i giorni passano e gli scatoloni finiscono.

Anzi, no. Ce n’è uno nascosto alla vista, s’è infilato dietro uno scaffale. Quasi ce la fa sotto il naso, ma il mio occhio è ben addestrato, specialmente la coda, e alla fine lo scorgo (e ho la sensazione che lui mi stia fissando). “Mio”, penso, mentre mi avvicino guardando altrove per non insospettirlo. «Preso», esulto (implorando il cielo che collega e direttore siano già lontani, invece eccoli là che mi compiangono, si vede benissimo, e io non posso dar loro torto).

L’ultimo scatolone.
Lo appoggio sulla scrivania e stacco il nastro adesivo (con più delicatezza rispetto a tutti gli altri), ne apro le alette. Il primo strato di libri non mi dice niente. Così come il secondo e il terzo. Poi una copertina color carta da zucchero attira il mio sguardo.

“Ci siamo”.
“Scrivere Zen: manuale di scrittura creativa”, di N. Goldberg.
Benché io sappia di Zen quanto un cavallo sa di alta moda, si tratta (come recita la copertina) di esercizi pratici di scrittura: “Niente di complicato”, mi dico.
Metto da parte il piccolo volume e riprendo a scandagliare. “In principio era il racconto: verso una teologia narrativa”, di B. Salvarani. Lo dicevo, io! Ecco che i teologi si sono scomodati per spiegare la rilevanza della narrazione nelle sacre scritture senza, peraltro, avvertirmi. (Poi mi assale un dubbio: che mi sia capitato fra le mani per “compensare” il contenuto Zen dell’altro libro? Vabbè, io avrei soltanto letto il libro, mica compiuto atto di apostasia…). A questo punto potrei ritenermi soddisfatto, ho materiale a sufficienza per un paio di decenni di riflessioni, ma qualcosa mi spinge a cercare oltre.
“Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio” di I. Calvino. Il classico dei classici della narratologia.
Tro-va-to.

Lo so, lo so: “Se t’interessava tanto, perché non l’hai letto prima?”, ma chi ha effettivamente letto tutti i libri che avrebbe voluto si accomodi, scagli pure il primo tomo. Posso, finalmente, dichiararmi tronfio come dopo una grigliata alla sagra dell’agnello scottadito (burp! Ops, mi è scappato, scusate). Adesso non rimane che comprare una scrivania rococò, distenderci sotto le gambe, incrociare i piedi.
E sprofondare negli abissi della lettura.
Ehi, ehi, tranquilli: scherzo.
Ve l’ho detto: quello del bibliotecario (addetto di biblioteca, nel mio caso: non esageriamo) è uno sporco lavoro.
Qualcuno dovrà pur farlo, no?

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2 pensieri su “L’ultimo scatolone

  1. Io che condivido il tuo sporco lavoro, mi sono trovata con le mani in scatoloni analoghi ad arricchire la mia biblioteca di gioielli, magari malconci. Poi il supremo essere dei libri si è ribellato relegandomi in una biblioteca specialistica dove tutt’al più mi porto a casa trattati de dermatologia. Poteva mica limitarsi a una fulminata di avvertimento?

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