La finestra sul boschetto

imagesCAXXMV7Zdi Marco Maresca

“Va be’… ve lo racconto un’altra volta. Ma badate bene, e cercate di ricordarvelo: vi sto parlando di quasi quarant’anni fa, per cui le cose potrebbero non essere esattamente come ve le racconto. E poi lo sapete bene che a un certo punto la mia storia diventa nebulosa, e fatico tanto a ricordare. No, non me lo ricordo proprio il nome del tizio. Me lo chiedete ogni volta, possibile che ancora non vi è entrato in testa? Sì, lo so che a voi sta bene anche senza il suo nome. A voi sta bene tutto, potrei raccontarvi qualsiasi cosa, e sarebbe lo stesso. Forza, sedetevi che racconto. Però questa è l’ultima. E’ l’ultima sul serio. Intesi? Ma perché ve lo chiedo…”

“Dunque, a quei tempi abitavo al terzo piano di un palazzo della periferia povera di Roma. Era una zona piuttosto degradata, deteriorata, avvilita: droga, delinquenza, immigrati da tutte le parti (che poi non era come oggi: erano quasi tutti abruzzesi, molisani, lucani, calabresi…). Anche dove abitavo io non era un granché, e neppure le strade intorno. Sì, degradate, deteriorate, avvilite pure loro. Però io ci vivevo bene, e non avrei lasciato quel posto per nessun motivo al mondo. Già, direte voi, e me lo dite ogni volta; e me lo dico pure io.”

“Va be’… allora, dal mio appartamento c’era una visuale invidiabile su una strada che fu costruita sicuramente al centro di una valle percorsa – considerando l’umidità che c’era di notte e di giorno – da un fiumiciattolo o qualcosa del genere. Tra la strada e il mio palazzo, come sapete, c’era una specie di boschetto – più un insieme disordinato di sterpi e arbusti che altro – e il boschetto era attraversato da un sentiero costeggiato di alberi che non saprei proprio dire di che tipo erano. A me piaceva tanto guardare proprio il boschetto, e lo facevo stando seduta sulla sedia che mia madre metteva sempre di fronte al termosifone del salotto per far asciugare prima i panni. Mi piaceva frugare nel boschetto dall’alto per cercare gli animali di passaggio tipo cani, gatti, serpi, topi. Una volta ho visto perfino una volpe… No, com’era la volpe non ve lo ridico, che non è importante. Come vi stavo dicendo, guardavo a lungo, guardavo pure la gente: grandi, piccoli, qualche banda di ragazzini che giocavano all’avventura o a nascondino. Insomma, a quel tempo la finestra del salotto era un po’ la mia televisione. Che trasmetteva in continuazione programmi con lo sfondo sempre uguale e i personaggi sempre diversi.”

“Allora, tutto chiaro fin qui? Ma perché ve lo chiedo… ve l’avrò raccontato almeno cento volte. Zitte, però, che ci avviciniamo al momento più importante.”

“Un giorno – avrò avuto una ventina d’anni – me ne stavo affacciata alla mia finestra a cercare una cornacchia che mi pareva di aver visto tra i rami di un albero. Mentre cercavo – e qui non chiedetemi niente, vi prego! – l’occhio mi cadde su un ragazzo che correva lungo il sentiero. Correva molto velocemente, tanto che mi sembrò che stesse rincorrendo qualcuno o scappando da qualcun altro. Poi, improvvisamente, il ragazzo si fermò. Cercò di nascondersi dietro un cumulo di pietre e mattoni, come per non essere visto. E qui capii che lo stavano inseguendo.”

“Cosa successe poi? Qualcosa di brutto, come sapete. Sbucarono in tre, proprio da sotto il mio palazzo, e li vidi andare verso il ragazzo con dei grossi bastoni in mano. Il ragazzo, però, fece un grosso errore, perché se ne uscì dal nascondiglio. Sono sicura che se non fosse uscito non gli sarebbe capitato niente. Però lui uscì, e lo fece proprio mentre stavano arrivando i tre tipi. Che lo agguantarono subito e cominciarono a menargli di brutto. Io ero spaventata e non sapevo che fare. Lo stavano ammazzando di botte, cioè di bastonate. Lui stava giù e si riparava con le mani e con i piedi, impanandosi con la terra e col sangue. Però quelli erano in tre e lui era da solo, e non ce la poteva fare. Dopo un po’ smise di ripararsi. E dopo un altro po’ smise pure di muoversi. Solo allora i tre si fermarono e, dopo avere fatto un gesto che mi pareva di chi sputa per terra, si voltarono e se ne andarono.”

“Mi fate ridere. Adesso non parlate più, vero? Sempre così, ma che ve lo chiedo a fare… Mettetevi comode, che arriva il bello. No, non il nome, perché sapete che non me lo ricordo proprio!”

“Va be’… il guaio era che io non sapevo che fare. Guardavo impietrita dalla finestra e vedevo un ragazzo steso che sembrava morto stecchito. Io stavo in salotto e lui stava giù: entrambi eravamo immobili. Mi ricordo, però, che a un certo punto mi parve di vedere che muoveva un piede. Allora non ci pensai un momento. Misi le scarpe e uscii di corsa da casa. E sempre di corsa scesi le scale a due a due e, appena fuori dal palazzo, imboccai di corsa il sentiero del boschetto.”

“Lui stava lì, e a vederlo da vicino mi sembrava più grande di quello che avevo pensato. Presi un fazzoletto dalla tasca e cominciai a ripulirlo, a levargli tutto quel sangue che aveva sulle parti scoperte. Pian piano, iniziò a sembrarmi molto bello. Aveva più o meno la mia età, ma non l’avevo mai visto prima. Pensai che forse abitava in qualche quartiere vicino.”

“Dopo un po’ aprì gli occhi. La prima cosa che disse fu come ti chiami. Irene, gli risposi, e tu? Eh no, proprio non me lo ricordo il suo nome.”

“Lo aiutai a rialzarsi e dopo un paio di minuti si era ripreso abbastanza bene. Comunque lo obbligai ugualmente a farsi accompagnare da me.”

“Parlammo per tutto il tragitto fino a casa sua – abitava non troppo lontano – e ci raccontammo di noi, di quello che facevamo, dei nostri amici. Ci lasciammo con la promessa di rivederci il giorno dopo al boschetto. Com’è bello, sussurrai a me stessa ritornando a casa.”

“Lo so che volete sentire il resto della storia per filo e per segno, ma io ve l’ho detto che a questo punto faccio fatica a ricordare bene. Mancano tanti pezzi, e non so più bene quello che è successo dopo un certo punto. Non mi ricordo, non so, ho tenuto solo dei pezzi nella testa. Maledetta me.”

“Comunque sì, dopo pochi giorni ci fidanzammo. Poi ci sposammo. Io volevo pure un figlio, ma lui mi diceva che era meglio aspettare, che eravamo troppo giovani. Però eravamo felici, questo me lo ricordo bene.”

“Fate silenzio, per favore, che non riesco a concentrarmi!”

“Poi un giorno venne il temporale. Un temporale come non si era mai visto a Roma. Lui era uscito. Io avevo paura che si bagnasse e che prendesse freddo. Era uscito da parecchio tempo. Guardai in direzione del boschetto, ma pioveva a dirotto e non riuscivo a vedere un granché. A casa c’era il termosifone, c’era la sedia coi panni.”

“Mi ricordo tre uomini che correvano. Tenevano dei grossi bastoni nelle mani. Correvano e gridavano qualcosa che da dietro il vetro non si poteva sentire. E io non capivo cosa stava succedendo. Io aspettavo solo lui. Pioveva, ma meno di prima.”

“Quando se ne andarono, aveva quasi smesso di piovere. E un uomo, un ragazzo, giaceva disteso per terra. In una pozza di sangue. Avrei tanto voluto scendere per aiutarlo. Ma mamma non voleva che uscissi da casa. Diceva che non potevo, che era imprudente, che mi sarei subito persa. Diceva che ero una bambina e che fuori era pericoloso per me. Così mi limitai a guardare dalla finestra. Mamma disse che era meglio se aspettavo lì, che poi si sarebbe alzato, e che poi un giorno sarebbe ritornato.”

“Poi smise completamente di piovere. E mi ricordo che venne una donna, una ragazza, vestita di bianco. Mi ricordo che lo asciugò, che lo ripulì dal fango, che lo aiutò a rialzarsi. E che se ne andò via con lui, sparendo per sempre dal boschetto, dal vetro e da me.”

“Lui non lo rividi più, almeno credo. Perché dopo quel giorno non so bene come sono andate le cose. Mamma mi disse che dovevo stare tranquilla, me lo ripeteva sempre. E io così feci.”

“Va be’, adesso mettiamoci a letto che tra poco passa l’infermiera. Ma perché ve lo dico, tanto non la vedete nemmeno l’infermiera. Buonanotte, amiche mie. Buonanotte anche a te, amore mio.”

 

 

 

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