Max era Max

Bimbodavantiallatvdi Paola Segurini

Ce l’aveva nel sangue. Quel battito beat. E un giorno di dicembre, il suo sangue si fermò per un attimo infinito. Con la mamma, davanti alla TV, Max piangeva, attonito e disperato come solo un ragazzino può essere. Qualcuno aveva ucciso Gionlennon mentre entrava a casa, in America. E in un paesino della Calabria, né mare né montagna, una mamma inglese e uno dei suoi figli, il più musicale dei quattro, sentivano per la prima volta il dolore acuto della perdita di chi per loro era immortale e, soprattutto, impossibile da odiare. Perché portava l’amore e la pace nelle case. E Max, dal basso dei suoi dieci anni e dall’alto della sua statura un po’ spilungona, lo amava e amava chi porta amore e pace. E poi,  non era solo Gion, era uno dei Bitols. Il complesso più grande dell’universo. Lo sapeva bene lui, che era nato a Lester, ed era esperto di cose inglesi. Non importa se poi, ancora piccolo, era venuto in Italia, ed era cresciuto nella terra di suo padre: la parte più ampia di lui respirava Pop. E anche anni Settanta, e Sessanta, e pure Cinquanta e Nilla Pizzi. Insomma, Max era nel trip più duro, invincibile  e assoluto di tutti: continuava ad ascoltare, cercare, seguire la musica che gli piaceva, quella che avrebbe potuto piacergli, quella che poteva e doveva far conoscere agli amici e alla famiglia. Ma non aveva messo in conto di perdere i nuovi dischi di Gionlennon, Max, perché il baronetto (mitico) di Liverpul non avrebbe più avuto la voce per cantare, o le mani per scrivere e suonare.

Quella sera, il suo cuore continuava a interrogarsi.

Mum, ma Gion ora dove sta?”

E’ con Gesù, don’t worry baby Boy, è felice, con gli angeli

Ma sei sicura? Chi te lo dice? E se è solo morto e basta?”

Sono sicura, my dear, lo so, lo sento: John canterà e suonerà per sempre, anche lassù.”

E così Max cercava di crederle, e lo immaginava, con i suoi capelli un po’ lunghi e un po’ corti, il naso dritto e gli occhiali scuri e rotondi, cantare – direttamente davanti alla Madonna –  Uoman ai nou iou anderstend de littel cild insaid de men’, una canzone del’ album nuovo e doppio che la mamma gli aveva comprato proprio un mese prima.

La tristezza  continuava a essere grande e presente, nel cuore di Max, ma  piano piano si trasformava in una nostalgia intensa in una voglia ancora più forte di prima di ascoltare la musica dei Bitols, i 4 più ‘mizzica!’ dell’universo mondo!

E poi un altro shock, ma piccolo in confronto, quando un anno dopo era morto Bob Marley, anche perché mica l’avevano ucciso, era morto per una malattia mortale. E poi non era un un Bitol. E poi Max ha la sua spiegazione consolatoria: anche lui è lassù a cantare ‘no uoman no crai’ alla Madonna

E’ ormai un adolescente alto e castano, col sorriso largo e gli occhi scuri e vivaci che spiccano sulla sua carnagione chiara, quando il Boss diventa il Boss per tutti e canta  Born in the US. A scuola se la cava bene, quel ragazzino un po’ delle Midland e molto calabrese: quello che gli interessa lo impara subito, quello che non gli piace lo studia un po’. Gioca a calcio con i fratelli, gli amici e i cugini. Vive in una comunità familiare chiassosa – il selfcontrol della regina non è contemplato a queste latitudini – e ritmata dalle ricorrenze: compleanni, onomastici, santi patroni, cresime, comunioni, matrimoni, funerali, natali, pasque, partite di calcio, compiti in classe, partenze per il mare, ritorni a casa. E poi colazioni, inglesi miste a normali, pranzi e merende e tea (Max ama entrambe le due versioni del ‘mangiare dolci’)  e cene, e grigliate.
E ancora musica, LP, cassette, mix, dj set,  singoli, compilation, hit, tormentoni e, sempre e per sempre, ‘L’edera‘.

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