Out of Africa

Paesaggi%20Sud%20Africa%20008di Paola Segurini

Ho aperto la porta.
’Oddio è nero!
Sprofondato sul divanetto arancione dell’ingresso c’era un uomo. Corpulento e distinto,  sui cinquant’anni, stretto in un completo scuro, le bretelle sulla camicia bianca, la cravatta allentata di chi suda. Un Luis Amstrong, ma con gli occhi azzurrissimi.
Ti presento il Signor W., il nuovo viceconsole.’
La segretaria svizzera mi ha salvato dall’imbarazzo, leggero e allo stesso tempo tangibile.
Piacere, benvenuto!’ ho risposto, stringendo una mano ornata da un anello quasi cardinalizio.
E questa sarà la nostra aula per le prossime due settimane’, ho spiegato, indicandogli di prendere posto al tavolo, accanto a me.

Ero abituata, in un certo senso, ai diplomatici sudafricani. Il consolato li mandava alla scuola privata di Firenze dove insegnavo, per corsi intensivi della nostra lingua, prima di insediarli nella sede milanese. Sapevo che, per strategia delle feluche, si trattava di persone scelte tra chi dimostrava vedute ampie, equilibrate e progressiste: dovevano rappresentare in modo positivo e affabile quello stato così differente dall’Italia, difendersi dalle continue frecciate sull’apartheid, saper rispondere alle domande scomode. Erano diversi tra loro, uomini o donne, più o meno giovani, ma sempre bianchi.

‘Cosa ha pensato quando mi ha visto nero?’ Mi ha chiesto a bruciapelo in inglese.
Neanche un convenevolo, un’osservazione sul tempo, sulla città. Nulla. Solo la domanda peggiore che poteva farmi.
Sono rimasta sorpresa, ma in senso positivo!’

Evidentemente avevo superato l’esame. Il Signor W. si è rilassato e abbiamo iniziato a conversare in inglese. Ho saputo che era un ‘coloured’, nella sua famiglia c’era stato qualche bianco. Nei tempi. Che suo padre era un pescatore dei dintorni del Capo e lui aveva potuto studiare grazie all’aiuto di una comunità cattolica. Era stato qualche anno in missione in Gran Bretagna, e ora in Italia. Di lingua Afrikaans, il suo inglese aveva un accento duro, particolare.
Di imparare l’italiano non se ne parlava proprio. Era convinto che i superiori lo avessero mandato a Firenze in quei giorni dell’aprile 1994, perché non fosse a Milano, al consolato, per la vittoria e l’insediamento di Nelson Mandela come presidente della complicata nazione arcobaleno. Nessuno voleva prendere ordini da chi era stato sempre, dalla nascita, un sottoposto. Per il colore della pelle. Non avrebbero accettato che W. avesse chiesto ad una impiegata bianca di portargli il tè. Dovevano avere il tempo di abituarsi.
A stento riuscivo a fermare l’emozione del mio studente. Ogni tanto interrompeva le mie spiegazioni culturali – almeno quelle dovevo fornirle, almeno prepararlo a non mangiare gli spaghetti tagliandoli col coltello, ai ricevimenti – per dirmi che era triste.
Triste?
‘Sì, per mio padre, per mio nonno, per chi non c’è a vedere questo momento’.
O per raccontarmi come, il giorno del matrimonio, lui e la moglie non avessero potuto scegliere un bel ristorante – non erano poveri, potevano permetterselo – perché non erano ammessi. Non erano, semplicemente, clienti possibili. E così via, in un fiorire di aneddoti, di storie, di risposte e di domande. E di stupore, di gioia e di paura, per eventuali reazioni sociali imprevedibili.

Abbiamo girato Firenze, io e quel Luis Amstrong – sorpreso anche dall’essere in compagnia di una bianca bionda – che non riusciva a stare seduto per più di mezz’ora. Mi chiedeva di vedere l’oro. Sì perché aveva lavorato anche nello stato del Natal, a contatto con i minatori. I suoi occhi si illuminavano e si spalancavano davanti alle vetrine delle gioiellerie sul Ponte Vecchio, dovevo trascinarlo via  – io che non subisco il fascino dei preziosi – con qualche scusa. Non poteva credere a tante e tali meravigliose trasformazioni del metallo. Voleva comprare un calice per la sua parrocchia d’origine. E io a tirarmelo dentro ai negozi di arredi sacri. E dentro e fuori da bar, pasticcerie, ristoranti.
Era in un stato di costante alterazione emotiva, il Signor W.,  non indotto da sostanze – non beveva neanche, per rispetto di tanti consanguinei che erano stati schiavi nei vigneti – ma da un’inimmaginabile realtà. Un cambiamento positivo, tanto forte da risultare quasi insopportabile.
Due settimane sono passate in fretta, è arrivato il giorno in cui doveva partire per Milano.
Era agitato, come solo gli uomini che devono apparire forti e controllati – e lui lo era per ruolo e carriera – riescono ad essere. Ho promesso che, nonostante fosse sabato e quindi non un giorno lavorativo, sarei andata a salutarlo alla stazione. Siamo arrivati, io e Andrea, e gli siamo andati incontro.
Trascinava una grandissima valigia scassata, tenuta chiusa da una vistosa cinghia di plastica rossa. Stonava davvero con il suo abbigliamento formale, un po’ British. Lui si è accorto dei nostri sguardi, caduti sul bagaglio da emigrante d’altri tempi.
I’m still out of Africa, you know’, ha spiegato, sorridendo, come per scusarsi e nello stesso tempo vantarsi di essere così diverso da noi.
E’ salito sul treno, lasciandoci lì, a guardarlo avviarsi verso una nuova vita. Ma nuova davvero, non per modo di dire. E non solo per lui, ma per milioni di altre persone.

 

 

 

 

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