Quando la guerra finì davvero

di Marco Marescanbo_roccaromana_2

Il silenzio di quella mattina del 18 ottobre 1944 pareva meno rumoroso di quello a cui era abituato. Dal tepore del suo letto a una piazza e mezzo condiviso con altri due fratelli – due a capo e uno a piedi – giungevano insolitamente strani rumori metallici e, di tanto in tanto, invocazioni accorate alla Madonna di Pompei, a san Gennaro e, soprattutto, a san Cataldo. Bruno ascoltava incuriosito, e già fantasticava di uno stravolgimento improvviso della guerra, di un incredibile attacco dei tedeschi che, ormai lontani da più di un anno, avevano riconquistato tutti i territori che gli alleati avevano loro strappato di mano. Con conseguente contrattacco degli alleati, naturalmente.

Era mercoledì, giorno in cui i piccoli sarebbero restati a casa ad aiutare le sorelle e la madre nelle faccende, i medi sarebbero andati a scuola e i grandi a lavorare i campi con il padre. Giorno in cui tutti, tranne i piccoli, avrebbero percorso almeno venti chilometri a piedi per raggiungere le rispettive destinazioni.

Bruno si alzò senza fare rumore, facendo attenzione a non smuovere troppo la coperta per non svegliare gli altri. Mise i pantaloni, la maglietta con le maniche lunghe e, scalzo come sempre, uscì dalla stanza. La scala, esterna come in tutte le case del paese, lo condusse, prima che al piano terra, dentro un mistero fatto di nebbia, polveri grigie sulle cose e pensieri che non avevano né un inizio né una fine.

Rimase immobile a guardare quel panorama stranamente innevato in preda a una paura nuova di cui non aveva mai sentito parlare, neppure dai vecchi del bar in piazza, neppure dal prete. Tutto era ricoperto da qualcosa senza nome: san Costanzo, sul monte, pareva una capanna nel deserto; Capri, sola in mezzo al mare, un gigante dalla testa imbiancata; le case basse del campo, pezzi del presepe di Sorrento. Provò a pensare agli effetti delle bombe, a quelli di una tempesta, ma nulla di tutto ciò gli parve possibile. Gli sembrò per un attimo che Dio potesse aver mandato una punizione per le bestemmie che gli uomini dicevano in tutte le occasioni della giornata. Ma gli sembrò subito dopo che una punizione che lascia tutti vivi non era una punizione credibile.

Corrado scese appresso a lui, e dopo un istante scese anche Alessandro. Non dissero nulla di quello spettacolo. Restarono in attesa di qualcuno che rivelasse loro la verità. E intanto continuava a cadere dal cielo una neve grigia, sconosciuta e fitta.

Poi, all’improvviso, di nuovo gli strani rumori metallici. Sempre più forti, sempre più vicini. E con loro, urla e risate all’impazzata. Dalla parte dei Trapanarielli risalivano la via, a passi lunghi come salti di capre, una frotta di mocciosi con una pentola come copricapo che si inseguivano e si prendevano a bastonate. I tre fratelli si guardarono in faccia e, correndo a più non posso, scesero in cucina a prendere ognuno una pentola da mettere in testa.

Uscirono così, tra il divertito e l’impaurito, a prendere addosso quella novità, felici di poter riparare almeno i capelli. Poi, quando la madre spiegò loro cosa stava succedendo, la paura passò definitivamente e tutto si trasformò in un gioco chiassoso e pieno di vita. Proprio come quando nevica davvero.

Papà mi raccontò che quell’anno il raccolto fu abbondante, una vera fortuna in un periodo di fame e carestia. Forse non fu una punizione, l’ultima eruzione del Vesuvio. Le ceneri, che ricoprirono per settimane le terre campane, compresa la penisola sorrentina, nutrirono abbondantemente i campi, e con essi chi li lavorava. Fu, forse, il risarcimento di un Dio buono per quello che gli uomini avevano dovuto subire con la guerra.

Papà quel giorno non andò a scuola. Restò a giocare con una pentola sulla testa con i fratelli e gli amici del campo. E capì che la guerra era finita davvero.

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