Decadenza

imagesdi Paolo Marcacci

La cosa che più lo impressionava, quando si guardava allo specchio, erano le basette ingrigite. Quella sfumatura che gli incorniciava il viso e che lo faceva apparire come un soprammobile che un tempo doveva essere stato lucente e che ora appariva impolverato.

Non le rughe d’espressione che ogni tanto si divertiva a stimolare facendo smorfie allo specchio e nemmeno quella palpebra che impercettibilmente ma senza sosta aveva preso a calargli sull’occhio come una tendina, tipo Rocky. No: ciò che lo demoralizzava era la spruzzata di grigio, il colore con cui inizia l’inverno.

Il fatto era che nelle foto che aveva a casa, nei primi piani che sorridevano dalle cornici come nelle foto di gruppo, aveva tutti i capelli neri, come la barba che spesso portava di un paio di giorni ma non incolta, regolata da linee nitide.

Gli sarebbe piaciuto che anche quei vent’anni trascorsi invano avessero avuto la stessa nitidezza, lo stesso andamento lineare che si vedeva sul viso quando contemplava il se stesso di dieci, quindici anni prima.

Nelle foto che lo ritraevano assieme ad altri, c’erano spesso bandiere, sullo sfondo, stendardi, effigi di tutta una mitologia che già all’epoca in cui le foto erano state staccate appariva trascorsa, nostalgicamente riesumata da drappelli di epigoni, di nostalgici appunto, che non si arrendevano. “Una giusta causa”: in quella definizione che spesso adoperava per definire il modo in cui aveva speso gli anni e le energie, si poteva racchiudere ciò in cui aveva creduto, a dispetto non solo del nemico, ma anche di chi gli stava a fianco nelle foto e che si era smarrito per stanchezza, cinismo, convenienze varie.

C’era anche lei, in tante foto, che gli sorrideva o gli scompigliava i capelli. Neri, già. Lei che s’era stancata di quell’integrità, di quel suo rimanere fedele all’indignazione che il nemico riusciva ad alimentare ogni volta in maniera più pacchiana. Lei che più volte lo aveva avvertito, sperando che lui tornasse coi piedi per terra. Diceva sempre così, quand’era arrabbiata e stanca alla fine delle loro discussioni.

Se n’era andata con uno che forse non aveva mai avuto ideali, ma che riusciva a farla sentire al centro delle attenzioni e dei pensieri. Lui invece i pensieri con lei voleva sempre condividerli e credeva fosse il regalo più grande che potesse farle.

Ora che il nemico appariva sconfitto, per quello che ormai poteva significare, non c’era nulla da festeggiare. Era questa, la constatazione più amara, più avvilente persino del grigio che tra un poco gli avrebbe spolverato le tempie.

Erano passati troppi anni, un numero inverosimile, senza che mai gli altri capissero realmente il rischio, la vergogna, l’assurdo che li circondava. Anche quelli che stavano dalla sua parte, certo e che nel frattempo avevano fatto carriera utilizzando nella maniera “giusta” ciò che il nemico rappresentava. Il fatto che pensasse “gli altri” così, genericamente, dava la misura di quanto spesso si fosse sentito solo, in tutti quegli anni.

Le cronache ora riferivano che il nemico era triste, persino depresso e che le sue ultime pantomime celavano in realtà la disperazione data dall’aver compreso che la parabola era terminata in uno sputtanamento che trascinava tutti nel fango, amici, nemici, indifferenti e disinteressati. Lui era certo di sentirsi molto peggio, molto più depresso, come in genere capita a chi sente di aver avuto ragione a dispetto di come le cose sono andate a finire.

Tra i tanti reati di cui Berlusconi continuava a essere accusato, nessun tribunale avrebbe mai processato quello di aver fatto provare la sensazione di aver buttato al vento un pezzo di vita a tutti quelli come lui, che avevano passato vent’anni ad opporsi in ogni modo, persino facendo il tifo per qualsiasi squadra che affrontasse il Milan.

Erano loro i veri decaduti.

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