Cantare l’amore in modo ‘altro e altrove’

Altro e AltroveIn una gag televisiva degli anni ’70 un gruppo di allievi di Gigi Proietti stanchi dalla monotonia delle canzoni d’amore con le loro rime baciate e usurate, proponeva di sostituire a cuore e fiori i teoremi geometrici o le previsioni del tempo, con paradossali e ovvie conseguenze comiche. Forse anche per vincere il rischio del ‘già ascoltato’, del kitsch e della banalità similsanremese, giusto dieci anni fa – nel 2003 – Angelo Branduardi pubblicava un disco di canzoni d’amore tutte ispirate alla vena poetica di autori più o meno noti ma provenienti da ogni parte del mondo e del tempo.

“Altro e Altrove”, questo il nome del disco, si presentava con una bocca scontornata con ingenuità bambina, di una sensualità placida e remota: e dentro gli appassionati trovarono anonimi lirici indiani, berberi, irlandesi, scozzesi o libici, Catullo e Shakespeare, il cinese Li Po, perfino un teologo afgano del seicento.

Ma riascoltandolo oggi, e fatte salve le consuete trite e a volte incompetenti obiezioni di chi già cominciava a criticare Branduardi per le citazioni sue e di altri autori, il disco si impone come un lavoro imperdibile anzitutto per un motivo centrale. La radicalità debordante del sentimento che splendidamente tramanda, come una storia di ognuno declinata con una pluralità consonante di voci tutte unite dal desiderio che questo nocciolo umano, questa vastità che l’innamoramento spalanca non vada perduta, si conservi con i suoi rovelli, le sue ossessioni, le sue sconfitte e le sue vittorie e si conservi come a testimoniare che questo sentimento è fatto d’altro, appunto, e che ci porta verso un altrove che non è frustrazione ma promessa di pienezza.

Troviamo un mondo di emozioni tutte tratteggiate con la lettera maiuscola ben stampigliata come l’incipit di un manoscritto: il volto è il Volto che abbiamo impresso nel cuore del primo amore, così come la gelosia di Catullo è quella provata da tutti, la signora dai capelli neri che toglie il sonno è il Desiderio irraggiungibile di chiunque

E iniziamo allora proprio dalla radicalità disperante  che è quella che affligge il protagonista della ballata scozzese “La signora dei capelli neri e il cacciatore”, che dopo il fatale incontro con la creatura sfuggente confessa il proprio sconforto

“non ho più la mia fortuna/e non riesco a prender sonno/ il mio cuore ora è turbato/ ed io presto sarò grigio

Il sentimento lo ha investito in ogni fibra del suo essere: condiziona il presente, ne mette a repentaglio la stessa condizione di vita e lo consegna ad una vita popolata dam un fantasma inafferrabile ma che rimane come angosciante compagnia

La signora dai capelli neri/sempre mi torna alla mente/ed io so che non prenderò la mia preda”

Nella medesima condizione si ritrova Catullo, il grande poeta latino del primo secolo dopo Cristo di fronte alle avvisaglie di tradimento della sua Lesbia che ad una festa non ha occhi che per un invitato sconosciuto

“Mi pare un Dio/quello che siede accanto a te/occhi negli occhi dolcemente tu ridi/ed io mi sento morire se ti guardo io/ al mio cuore la voce manca”

Altre volte la separazione tra gli amanti può essere temporanea, dovuta a un viaggio o a una guerra e il ricongiungimento sperato si può solo immaginare in un Altrove che probabilmente è anche al di là del mondo come nella splendida ballata del Fiume Blu di Li Po in cui i due giovanissimi innamorati sperano di ritrovarsi in un luogo che è la sintesi dell’eterna e incompiuta aspirazione all’infinito romantico “le sabbie del Grande vento”. Qui il musicista lombardo dà il meglio di sé realizzando un’atmosfera soffusa e sospesa commentando musicalmente la lirica con una melodia che molto da vicino ricorda nelle cadenze la celebre “Traumerei”, il ‘sogno di Robert Schumann – musicista di strabocchevole sensibilità ma anche fine teorico del romanticismo musicale – tratto dalla raccolta delle Scene Infantili. I due innamorati di Li Po, guarda caso sono poco più che adolescenti

Ero un bambino allora/ una bambina tu/ senza sospetti o dubbi (…)  io pensavo non ci saremmo/separati mai.

Come per ogni sentimento che addestra l’uomo ad andare al di là del proprio io il vero scontro l’uomo lo ingaggia col tempo che scorre col procedere della vita che nella sua materialità ha logiche altre che spesso confliggono con la nobiltà immateriale dell’aspirazione del cuore. Ci prova Shakespeare a incrociare le armi col Tempo in persona nel celeberrimo sonetto Forever Young nel quale con forzata spavalderia il poeta autoesalta la potenza del verso e della sua penna per opporsi con tutte le s proprie forze all’inevitabile decadenza della carne

“Tempo feroce temo vorace/consumi la tigre e il leone/tempo crudele tempo vorace/il delitto più atroce ti vieto/ con la tue ore/tu non ferire/la fronte del mio caro amore/con la tua penna rughe non disegnare/lasciala intatta nel tuo passare/ a ricordo del bello/negli anni a venire”

Qui la musica è frenetica e fortemente ritmata con un basso ostinato che sottolinea quasi l’ostilità pervicace della materia, impermeabile alla logica del desiderio

Mentre chi va di più d’accordo con il tempo è l’anonimo re di Irlanda che per corteggiare la sua donna prima sciorina con l’immediatezza di un consumato pubblicitario le risorse della sua terra

“la mia gente cammina fiera/ed il vino scorre a fiumi/avrai sul capo una corona/ e carne e birra/ e latte e miele”

il suo regno ha un qualcosa di magico , ma la sua malia non prova a sporgersi al di là del tempo, semplicemente garantisce a chi ci vive un degno coronamento dell’esistenza in tarda età

“magica terra/ là nessuno muore/Prima d’essere ormai vecchio”.

Il culmine quantomeno poetico del disco è nella lirica Ch’io sia la fascia, una lirica di abbandono totale in cui l’amante vuole circondare la sua donna immedesimandosi negli elementi della sua vita, negli oggetti che indossa in modo da non perdere mai la completa condivisione, spingendosi fino ai territori del sogno. Poche liriche esprimono meglio la radicalità dell’appartenere all’altro di questi versi di un anonimo pellerossa

“Ch’io sia la fascia che la fronte ti cinge/così vicina ai tuoi pensieri/ch’io sia il grano di mais frantumato dai tuoi enti selvaggi/che io sia la sabbia nei mocassini/che accarezza le dita dei tuoi piedi/ ch’io sia la lana del telaio che scivola tra le tue dita/ch’io sua la veste che porti/sul flusso del tuo cuore/ ch’io sia al tuo collo turchese caldo/della tempesta del tuo sangue/ch’io sia il tuo sogno notturno/quando nel sonno parli e germi”.

Niente. Neanche un cantuccio dell’esperienza vuole lasciare insondato questa specie di Ovidio precolombiano.Le sue metamorfosi sono anzitutto dono per conquistare una prossimità, una presenza accanto alla persona amata.
Ch’io sia la fascia che Branduardi aveva musicato già nel suo primo album sorprende e commuove chi ascolta per l’arditezza delle metafore, le associazioni inaspettate, la traduzione in immagini e cose di una dedizione che appunto sfiora l’annullamento personale e invece di sfidare inutilmente il tempo si affida alla certezza elle cose, per dire che l’amore è compagnia, è penetrare nei lati più reconditi e imprevedibili dell’altro. Pochi poeti laureati hanno saputo raggiungere questa concretezza di metafore che unisce trasalimento e sorpresa alle cose della vita quotidiana, anche più umili come un telaio e un paio di mocassini. La musica di Branduardi qui rinuncia a qualsiasi linearità per serpeggiare tra accordi distanti per sottolineare l’imprevedibilità delle immagini usate dall’anonimo e visionario versificatore.

 

 

 

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