Addio monti…

addio montidi Marco Maresca

Non ho capito subito perché mia madre si è messa a piangere. Stavamo in cucina, e lei mi aiutava a fare i compiti di letteratura italiana. Eravamo fermi su un brano in particolare, uno di quelli che i professori gettano addosso agli studenti dopo averlo scelto a caso tra centinaia di altri che altri prima di lui hanno gettato alla rinfusa su un libro delle scuole superiori. Questo brano, a parte la casualità della scelta, aveva comunque il pregio di essere stato scritto da un grande autore ed era tratto dal suo romanzo più conosciuto. Un buon alibi per l’ignavo professore.

Abbiamo letto un po’, e poi mia madre si è messa a piangere. Nel mio silenzio sbigottito, ha chiuso il libro. E nei miei occhi spalancati su di lei, ha iniziato a raccontare.

La barca scivolava lenta nel mare nero che, tanto era liscio e piano, pareva immobile. Non fosse stato per il triste rumore del motore, o per la leggera brezza che ci attraversava i pensieri, o per la debole scia che potevamo percepire appena tra i multiformi spicchi di luna riflessi nell’acqua, avremmo tutti creduto di essere fermi. Per me, che a fatica avevo conquistato un posto riparato all’estremità del ponte, la prova definitiva del lento incedere veniva dai piccoli fiotti di prua, crepitanti come piedini sul bagnasciuga.

Eravamo appena partiti, e già il ricordo della mia terra si faceva ingombrante. Già la terra arida, con le sue chiazze di vita verde, già le cime taglienti, spaventose ma solo fino a sera, già le case di fango, sempre aperte e sempre chiuse, già tutto mi riempiva: come un insensato ammasso, poderoso e fatale. Eravamo appena partiti, e già gli occhi avevano smesso di guardare altrove.

Eppure proprio di questo si trattava: stavamo andando altrove.

A prua i piedini continuavano a crepitare, deboli segnali del nostro passaggio tra onde sconosciute. Io, intanto, mi abbandonavo a sogni mai ricordati, a fantasie nere come l’orizzonte, dove la speranza già voleva cedere il passo alla nostalgia. Mi vedevo alzarmi come un fuoco, e poi frugare la giusta direzione nell’aria, e infine affidarmi alla brezza benigna per dileguarmi e fare finalmente ritorno a casa. Ma l’ardore per questa tentazione ammutoliva a ogni sguardo più attento teso verso il futuro.

Deboli luci s’intravvedevano ancora alle nostre spalle. Sarebbero affogate presto nel miscuglio cupo di mare e cielo che ci opprimeva da ogni parte. Forse le avremmo dimenticate presto, forse le avremmo sostituite con altre che ancora non riuscivamo a vedere. Avremmo avuto paura? In quel momento ne avevamo.

Gli ultimi punti luminosi che ancora ci impedivano di lasciarci andare morirono uno a uno, come lucciole arse dall’alba. Come occhi stanchi. Nessuno poteva più vederci.

Il racconto è finito così, con un sospiro verso il passato e un sorriso verso di me. Asciugandoci gli occhi, abbiamo continuato a leggere il brano e terminato i compiti. Poi mia madre è andata in un’altra camera e io sono restata nei miei pensieri a fantasticare di letteratura. Ho navigato un po’, su una barca a remi, proseguendo la lenta traversata dell’Adda. Con me c’erano Renzo, il mio promesso sposo, e mia madre Agnese. Fuggivamo dall’ingiustizia, venuta col nome di don Rodrigo. Ho navigato ancora, con altri duecento profughi come me, su un barcone di fortuna, proseguendo la lenta traversata del Mediterraneo. Fuggivamo dalla stessa ingiustizia, venuta col nome di miseria. Nel cielo che già albeggiava, infine, sono approdata alla riva destra dell’Adda, e in una spiaggia solitaria di una piccola isola italiana. Con i miei monti a picco sul lago, con la mia terra arida, nel cuore.

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